IL V-SOGGETTO

Il senziente dei sofisti, che qui chiamiamo v-soggetto, può essere configurato come un insieme di v-proposizioni, il quale chiamiamo varietà logica; di conseguenza una varietà logica deve essere identificata con un singolo v-soggetto.

La nostra scienza, in massima parte, sarà scienza dei morfismi tra varietà logiche.

Le v-proposizioni di una varietà si debbono immaginare separate (dalla partizione di Anassimandro) in due sottoinsiemi, che chiamiamo v-interno e v-esterno.

Il nostro v-soggetto può essere immaginato come non troppo dissimile da un osservatore einsteiniano, il quale non è appunto altro che l’insieme delle sue osservazioni.

Ma qualche differenza esiste, perché il v-soggetto non osserva fenomeni, ma esiste, non pensa, e non fa astrazioni, ossia non tenta di separare alcune cose in sé da altre cose in sé, o se lo facesse la sua attività sarebbe considerata vita, non ricerca fisica; il suo campo di osservazione non è “fisico” in senso stretto, ma “totale”.

Le esperienze possono essere particolarmente semplici, come ad esempio “questo tramonto è bello” o molto complesse, come dire che “un certo strumento, in certe condizioni, ha dato una certa lettura numerica con un certo numero di cifre significative”; ma le esperienze ideali o concettuali non sussistono perché in un ambiente non galileiano non si possono illazionare leggi, e nulla è ripetibile.

Soprattutto, ai fini del nostro studio, il v-soggetto non deve essere altro che una collezione bipartita di proposizioni, e dunque una costruzione di natura algebrica (almeno finché non sapremo fare di meglio) per la quale dobbiamo trovare gli assiomi appropriati.

Nel nostro ambiente l’osservatore autentico è altro, e lo chiameremo col nome di “v-Fisico”; il v-Fisico non è atto a turbare in alcun modo la varietà che è oggetto di studio; la sua osservazione ha carattere puramente logico, ed avviene al di fuori dello spazio e del tempo ed anzi, se si riesce ad evitare che esse siano reintrodotte surrettiziamente, di tutte le Categorie della Fisica.

Le v-proposizioni che compongono un dato v-soggetto debbono essere in numero finito, e ne rappresentano l’intera esperienza, anche interna.

Per esempio le proposizioni dell’aritmetica (sia teorica sia sperimentale) sono esperienza interna, e fanno parte del v-interno: da che deriva che il v-soggetto può percepire soltanto un numero finito di proposizioni dell’aritmetica.

Anche i sogni (che per la ricerca filosofica sono sempre stati incubi, in quanto negano ogni credibilità ad ogni percezione) fanno parte dell’esperienza interna e dunque, come v-proposizioni, esistono; tuttavia, a differenza dell’esperienza che chiamiamo positiva, non sono condivisibili.

La finitezza del numero delle v-proposizioni in una varietà, ed implicitamente nell’intero Universo (assunto per finito il numero dei v-soggetti) implica già direttamente la finitezza della quantità di informazione che può essere contenuta in un sistema fisico qualsivoglia; in più, la finitezza è una premessa per poter serrare la realtà molto più strettamente che fino alla compatibilità e giungere, forse, fino all’esistenza.

Il carattere discreto della realtà naturale deriva (necessariamente) dal carattere discreto della parola.

Per due diverse ragioni dobbiamo vedere le v-proposizioni come incognite: prima, perché non conosciamo, in generale, tutte le esperienze di ciascun v-soggetto, seconda, perché ciascuna di queste v-proposizioni ha due formulazioni: una (a-proposizione, da anthropos) strettamente soggettiva, come percepita appunto dal v-soggetto, espressa in un linguaggio comune (a-linguaggio) e quindi piena di incrostazioni (spaziali, temporali, elettriche, gravitazionali, e simili), l’altra (p-proposizione, da physis), per così dire “vera”, che esprime la medesima percezione nel “linguaggio della Natura”, p-linguaggio che ovviamente ci è completamente sconosciuto ed è forse incompatibile con il nostro intelletto: esso contiene, nell’ipotesi allo studio, la reale descrizione del fenomeno percepito.

La stessa forma incognita, benché inconoscibile, è necessariamente antropomorfa, per molte ed ovvie ragioni.

La necessità del doppio linguaggio deriva da due considerazioni:

·      Le osservazioni sono sempre formulate in termini delle citate Categorie della Fisica dalle quali vogliamo fare astrazione, come se non esistessero, salvo poi ritrovarle in base a pure considerazioni logiche (tenuto conto dei numerosi fatti nuovi, Kant acconsentirebbe).

·      Le a-proposizioni sono sempre formulate secondo lo schema nome-predicato: ma sia il nome sia il predicato posseggono una frontiera, la quale induce il graduale sfumare del nome o del verbo in qualcos’altro, cosicché anche le frasi più semplici, e non solo le particelle elementari, hanno i loro principi di indeterminazione.

Il nome è uno dei principali problemi: noi riusciamo a dare un nome sia alle cose che sono sia alle cose che non sono, e cadiamo facilmente vittima di illazioni contraddittorie.

Il nome deriva da ciò che chiamiamo “concetto”, il quale tuttavia è diffuso ampiamente (come minimo) nel regno animale: la gazzella, ad esempio, ha un concetto ben chiaro di “leone”, cosicché non riconosce individualmente questo o quel leone, ma (per restare in ambito classico) la “leoninità”.

Il nome è un passo ulteriore e richiede almeno un germe di ragione, nonché almeno un rudimento di linguaggio: vediamo l’antico Adamo, ancora allo stato animale, attribuire già i nomi ai componenti del mondo circostante; e l’imposizione dei nomi, come se fosse un rito, è diffusa in parecchie mitologie.

Ma noi assegniamo i nomi alle “cose in sé” non ai fenomeni, ed usiamo lo stesso nome come connessione (arbitraria) tra molte diverse percezioni: pertanto per noi il nome è soprattutto una sorgente di errori, sia per quanto attiene alle entità ordinarie, sia soprattutto a quelle microscopiche (e macroscopiche).

Le a-proposizioni possono contenere misurazioni di “grandezze” che in quell’esperienza il v-soggetto considera reali o realistiche, ma possono contenere tutt’altro, ad esempio sensazioni estetiche e persino, al limite, “mistiche”.

Esse si possono classificare in base al loro grado di comunicabilità tra v-soggetti, argomento cui dovremo accennare; naturalmente le v-proposizioni di più grande interesse, quelle che vedremo come strettamente “fisiche”, posseggono una forte attitudine alla comunicabilità numerica, l’unica compatibile con il genere di conoscenza fisica che cerchiamo.

Il primo passo del nostro lavoro deve consistere nella definizione del v-soggetto, dunque nell’identificazione degli assiomi che caratterizzano la varietà logica: essi dovranno restringersi progressivamente con l’avanzare della ricerca e con le varie possibili gradazioni dell’intensità del v-soggetto.

Accetteremo tra i v-soggetti anche le cose (secondo quanto ha immaginato Leibniz) o li restringeremo agli esseri viventi, o soltanto agli animali, o infine soltanto agli uomini, in quanto pienamente appercettivi?

La tradizione della tecnica algebrica induce ad accettare l’opzione più ampia possibile, per poi adottare requisiti più severi ogni qualvolta si abbia bisogno di giungere a conclusioni più potenti: definiremo, come si dice, una catena ascendente di tipi di v-soggetto, i cui estremi dovremo cercare di individuare: ma secondo una valutazione piuttosto ovvia, essi vanno da un v-soggetto atomico (nel senso logico del termine) all’Universo intero (apeiron), checché si possa intendere con siffatta terminologia.

L’obiettivo di ritrovare le Categorie della Fisica nella varietà logica non può essere azzardato troppo grossolanamente: potremmo essere tentati, poiché abbiamo postulato che la varietà logica sia partizionata in un v-interno ed un v-esterno, di identificare il v-esterno con la materia; ma, se così fosse, il v-interno sarebbe lo spirito.

Una siffatta impostazione darebbe origine a molte più difficoltà di quante ne risolverebbe: intanto, dacché tentiamo di studiare Fisica e non filosofia, non siamo autorizzati ad immaginare che l’interno di un v-soggetto sia meno materiale dell’esterno, quale che sia il nuovo concetto di materia al quale vorremmo pervenire.

Inoltre, rischieremmo di impelagarci in una ulteriore Categoria della Fisica, lo “spirito”, che non sapremmo come assiomatizzare (né tanto meno, eventualmente, sperimentare), mentre il nostro scopo è di ridurre quanto più possibile le Categorie della Fisica, non di ampliarle.

Non dobbiamo temere di introdurre qualche concetto nella nostra Fisica, la quale consiste esclusivamente di parole e può accoglierne agevolmente; ma non dobbiamo inventare entità (salvo che sia indispensabile) ed accontentarci di quelle astrazioni che si traducano in proprietà della nostra varietà logica.

Poiché il v-soggetto, per la definizione che ne abbiamo dato, è una collezione di “percezioni” (ma il senso di questa parola deve essere chiarito rigorosamente) dobbiamo escludere dai v-soggetti quelli privi di percezioni (oppure capaci di percezioni che non possiamo esprimere a parole); successivamente, nella catena ascendente di v-soggetti dovremmo definire quelli dotati di “coscienza”, di “intelletto”, di “volontà”, e ancora altri.

Coscienza, intelletto, volontà sono facoltà astratte che sembrano estranee alla Fisica ma sono legate strettamente con la physis in quanto osservata, e debbono essere studiate compiutamente, perché una Fisica che vuole spiegare tutto deve veramente spiegare tutto.

In particolare l’uso della parola “volontà” non deve stupire troppo, perché il medesimo concetto è sottinteso ogni volta che si cercano leggi in qualsiasi scienza; le ordinarie leggi della Fisica sono una forma di “volontà” che quando fossero assolutamente certe e non ulteriormente motivabili potremmo chiamare “volontà” della Natura; qui la parola si usa con un ulteriore grado di generalizzazione, in un apposito senso convenzionale.

Quando noi tentiamo di espungere dalla Fisica tutte le sue tradizionali categorie ci rimangono soltanto i vincoli assoluti del nostro linguaggio e pochissimo altro: appunto la partizione di Anassimandro, la coscienza, la volontà, l’intelletto, la ragione.

Ed allora, ancorché la nostra indagine sia strettamente fisica, dobbiamo entrare in contatto con le astrazioni necessarie per studiare le v-proposizioni secondo la prospettiva attraverso la quale abbiamo interesse a vederle.

Gli assiomi che dobbiamo introdurre si dividono pertanto in tre famiglie:

·    <S>      Del senziente

·    <U>     Del sentito, o della coerenza, o della comunicabilità

·    <F>      Del v-Fisico, i quali definiscono ciò che vogliamo sapere, e come vogliamo saperlo

Gli assiomi del v-Fisico e quelli del v-soggetto non sono la stessa cosa.

Poiché tutte le proposizioni della varietà hanno qualcosa di essenziale in comune, che appartengono al medesimo v-soggetto, la famiglia <S> non è vuota ed i suoi assiomi esprimono ciò che possiamo chiamare “unità” del v-soggetto.

La famiglia <U> dovrebbe formalizzare “l’unità del sentito” cioè il postulato che vediamo tutti lo stesso mondo; tutto ciò non può essere dato per certo acriticamente, neanche nel solo ambito della Fisica: vedremo che ciò potrebbe entrare in conflitto con gli assiomi del v-soggetto.

La famiglia <F> definisce l’oggetto dell’indagine fisica e, di conseguenza, i “limiti” della Fisica.

È evidente che se questo approccio fosse fecondo, non appena noi saremo riusciti a portare ad un ragionevole grado di perfezione questi assiomi avremo, se così si può dire, “concluso” con la Fisica, in quanto l’avremmo ricondotta alla logica della nostra espressione e comunicazione del pensiero senza introdurre altre “leggi di Natura”; se invece fosse sterile, il presente lavoro sarebbe una cosa vana.

Una questione essenziale, necessaria a chiarire a noi stessi la nostra mentalità, nasce da una domanda del tutto naturale, che sorge spontaneamente ma è suggerita anche da qualsiasi ipotesi di applicazione pratica.

Può un v-soggetto modificare la sua varietà, ossia fare in modo che certe sue percezioni siano quali esso le desidera?

In un ambiente beta-fisico, immerso nel tempo, una risposta generale sarebbe relativamente semplice: la cosa è a volte possibile a volte impossibile; è possibile se il desiderio si riferisce ad una percezione futura, ed il soggetto è in grado di intervenire sulla catena di cause che dal presente conducono all’evento desiderato oppure l’evento desiderato è già nell’ordine delle cose.

Ma siccome studiamo un ambiente nel quale il tempo non c’è, né la causalità, il v-Fisico contempla acronicamente la varietà logica da una sorta di Iperuranio, come se essa fosse un insieme numerico (variamente strutturato); non ha senso enunciare che a seguito della volontà del v-soggetto una certa v-proposizione sia presente nella varietà in sostituzione di un’altra che non esiste ma sarebbe esistita in assenza di quell’atto di volontà.

Pertanto se cerchiamo una forma di volontà nella varietà logica, la dovremmo rintracciare a partire dalle sue tracce fossili, qualcosa che possa essere simile ad una torsione, come si cercano il baricentro o gli autovalori in una struttura statica.

Qui, probabilmente, è la chiave di tutto.

La nostra scarsa conoscenza ci costringe a ragionare (almeno inizialmente) come se, salvo il rispetto degli assiomi, le v-proposizioni di una varietà fossero casuali, sebbene in realtà non possa essere così; pertanto l’indagine deve essere orientata verso le strutture che necessariamente sussistono anche negli insiemi casuali di proposizioni.

In effetti, come apprendiamo anche da altre conoscenze, non c’è nulla di più “volitivo” del caso.

LA TRASMISSIONE DELLA CONOSCENZA MATEMATICA

La conoscenza matematica contemporanea è molto più raffinata rispetto ad un passato non troppo lontano, quando molte dimostrazioni facevano ricorso all’intuizione e risentivano di concetti impliciti posti nella mente dei matematici ma non negli assiomi a partire dai quali si doveva raggiungere il risultato.

Ciò accadeva soprattutto nel campo dell’ingannevole geometria, nella quale molte proprietà non assiomatiche degli oggetti possono essere agevolmente associate ai loro nomi secondo il concetto ordinario ad essi legato, il quale concetto è stato trasmesso al soggetto pensante dall’ambiente circostante con modalità strettamente irrazionale.

Ciò implicava, e tuttora implica, la natura parzialmente irrazionale della trasmissione della conoscenza matematica.

Oggi siamo lontani dai tempi – magnifici – quando matematici illustrissimi operavano con le serie come se fossero semplici polinomi e la geometria, ormai, non ha più nulla di visivo.

Tuttavia il semplice apologo del vocabolario ci fa giungere, dopo non molti passi, a termini che debbono essere necessariamente privi di definizione, ciò che invalida tutte le altre definizioni che esso contiene, compresi i termini che adoperiamo per formulare gli assiomi di qualsivoglia teoria.

Le nostre costruzioni mentali sono deboli ed inconsistenti, ancor più quando presuppongono per possibile qualcosa che è certamente impossibile.

Un posto a parte occorre dedicare all’esistenza matematica, per la quale troviamo le più grandi difficoltà a precisare che cosa sia, pur mantenendo ben separate le numerose possibili accezioni.

Noi ammettiamo la possibilità di insiemi infiniti di assiomi, e fondiamo su tale ipotesi quasi l’intera matematica (teoria degli insiemi ZF); diamo per certo di poter enunciare, memorizzare e manipolare frasi di qualsiasi lunghezza arbitraria, purché finita, e con questo pensiamo di poter isolare qualsiasi grande numero, quand’anche per scriverlo in binario non bastassero tutte le particelle elementari dell’Universo.

Noi invochiamo sovente l’assioma della scelta, certamente falso nel caso generale; immaginiamo di saper contare prima di aver fondato l’aritmetica assiomatica ed usiamo questa capacità di contare proprio per fondarla.

Simili assunti ci rendono facili molte dimostrazioni, ma poi fanno sì che la realtà ci sfugga di mano come sabbia tra le dita; molti risultati fondamentali possono ottenersi anche attraverso un’aritmetica a designazione finita, con la quale possiamo forse serrare le difficoltà contro un muro, piuttosto che vederle sempre sfuggire verso l’infinito, dalla porta che noi stessi lasciamo aperta.

Queste parole possono apparire ambigue, a causa della doverosa brevità; non debbono essere intese come una pretesa a restringere il campo d’azione dell’intera matematica ma soltanto di quella parte di essa che si intende applicare alla fisica.

STRUTTURA DELLA VARIETA’ LOGICA

In corrispondenza alle varie possibili ipotesi sulla varietà logica, noi possiamo immaginare molte “Fisiche” differenti tra loro, potenzialmente adatte a spiegare i medesimi fatti.

Molto dipende, come si vedrà, dalla partizione di Anassimandro e dalle comunicazioni tra varietà.

Non sarà vano osservare alcuni casi particolari della varietà logica isolata.

·    Se la varietà logica è vuota, siamo nell’apeiron di Anassimandro.

·    Se è composta di una sola proposizione, la nostra “realtà” contiene un solo v-soggetto che percepisce soltanto sé stesso: esso risulta molto affine all’Essere parmenideo, con varianti in funzione di ciò che possiamo dire a proposito dell’unica proposizione esistente.

·    Quando non teniamo alcun conto delle p-proposizioni tutta la nostra conoscenza deriva dalle a-proposizioni, e allora possono darsi quattro sottocasi:

1.    La varietà è alfa-assiomatica, ossia tutte le sue proposizioni sono conseguenza logica di una certa quantità di assiomi, cosicché tutto ciò che esiste è dimostrabile.

Noi diciamo che le proposizioni della varietà sono conseguenze positive del parco di assiomi; la struttura è affine a quella dell’aritmetica.

Stante la finitezza della varietà le questioni di completezza non hanno luogo; in assenza di ipotesi particolari tutti i v-soggetti sono completamente mappabili ed isomorfi.

2.    La varietà è beta-assiomatica, ossia tutte le sue proposizioni sono tali da non contraddire ad un certo parco di assiomi, e per il resto libere.

Diciamo che le proposizioni della varietà sono conseguenze negative del parco di assiomi; la struttura è affine a quella della Fisica teorica contemporanea o di ampi regni di gran parte delle Matematiche.

Diremo che la varietà logica, cui abbiamo imposto gli assiomi negativi (leggi), è una beta-Fisica.

Le comunicazioni tra varietà logiche di questo tipo avvengono attraverso mappe che fanno corrispondere le a-proposizioni dell’una con quelle dell’altra; le quali mappe è sufficiente che siano definite in corrispondenza agli assiomi.

Qualsiasi giudizio di possibilità o impossibilità, o di necessità o di “miracolo” a proposito di un evento fisico presuppone la precedente accettazione di una beta-Fisica.

Per esempio la conversione materia-energia è fatto normale per la beta-Fisica relativistica, e un “miracolo” (ossia un fatto impossibile verificato) per la beta-Fisica newtoniana.

Senza l’accettazione di una determinata beta-Fisica nessun evento può fare oggetto di giudizi di possibilità.

Anche certi eventi particolari, che possiamo chiamare intuitivamente “coincidenze”, possono essere così classificati soltanto sotto l’ipotesi di una certa beta-Fisica di riferimento.

3.    La varietà è semi-razionale, ossia le sue proposizioni sono assiomi o sono dedotte, senza rigore, da assiomi: al variare delle ipotesi è possibile ricostruire come casi particolari (in qualche modo razionalizzate e formalizzate) le posizioni di molti filosofi, tra i quali hanno rilievo particolare Leibniz e Spinoza.

4.    Le a-proposizioni della varietà non sono collegate in alcun modo razionale, cosicché la sola conoscenza possibile deriva da ricorrenze osservate empiricamente, i cui caratteri affondano nelle particolarità che si possono trovare nel mondo numerico.

Fondamentale è il sottocaso 2, perché ammette al suo interno, in forma di beta-Fisiche, le varie fisiche sperimentali quali si sono avvicendate storicamente; due teorie meccaniche fondamentali, newtoniana ed einsteiniana, richiedono la piccola digressione che segue.

Altrettanto, e forse ancora più interessante, sarebbe un catalogo delle varie filosofie relative al sottocaso 3, la cui esposizione l’approccio algebrico renderebbe più trasparente, cosicché sarebbero ben visibili le eventuali incoerenze o contraddizioni e le conseguenze ultime delle varie posizioni filosofiche.

Il lavoro dei grandi filosofi nasconde certamente intuizioni profondissime, cui li condusse il desiderio ardente di afferrare la realtà; sono forse come pietre preziose immerse in una massa d’oro; trovarle è difficile, perché si possono portare alla luce soltanto quando si è già in cerca di qualcosa di molto simile.

Ma noi, innanzi tutto, dobbiamo andare alla ricerca della via principale, la quale ci insegni che cos’altro occorre cercare; e nella direzione verso la quale è orientato questo scritto, cioè un tentativo di porre qualche fondazione ad una Fisica non galileiana, le cose ci conducono spontaneamente verso una varietà logica completamente diversa dalle specie appena elencate, le cui proposizioni non costituiscono una struttura razionale, e meno ancora una struttura assiomatica.

DIGRESSIONE: MECCANICA NEWTONIANA E RELATIVITA’

La Teoria newtoniana tocca, tra le teorie beta-assiomatiche, il culmine estetico; sebbene (per quanto ne sappiamo) non esistano legami razionali tra la perfezione scientifica di una teoria e la sua “bellezza”, tutti siamo portati ad associare strettamente le due caratteristiche.

La Teoria newtoniana rappresenta, sotto tutti gli aspetti, un capolavoro estetico; l’intera realtà è ricondotta alla semplicità della meccanica galileiana, con l’aggiunta della sola legge (universalmente valida) della gravitazione.

Legge indubbiamente gratuita, tanto che lo stesso Newton la vedeva arbitraria, e si proponeva di trovarne la causa; ma, se non fossero esistiti i fenomeni elettrici, la legge di gravità sarebbe stata una vera legge di natura e la Teoria newtoniana sarebbe una teoria perfetta.

Per di più, in certe ipotesi senza dubbio molto problematiche, sarebbe stata in grado di darci conoscenza completa del passato e del futuro, a condizione di conoscere perfettamente, per esempio, un singolo istante: se i presupposti fossero stati soddisfatti, la Teoria ci avrebbe dato notizia non solo del possibile ma, molto più precisamente, dell’esistente.

Naturalmente, la divergenza formale dell’attrazione gravitazionale nel regno delle piccole dimensioni era di per sé un fortissimo segnale di allarme.

La Teoria della Relatività, nata per assorbire l’elettromagnetismo nella meccanica, prima galileiana e poi newtoniana, mira ad un grado ancora più elevato di bellezza: trova la causa della forza di gravità e la riconduce ad un fatto puramente geometrico, unifica le due masse (inerziale e gravitazionale), fonde (parzialmente) materia ed energia.

Tuttavia, pur essendo una delle costruzioni più meravigliose della mente umana, essa appare drammaticamente incompiuta.

Né possiamo dire che se non esistessero i fenomeni elettrici la Relatività sarebbe perfettamente bella, perché senza elettromagnetismo non potrebbe esserci relatività: paradossalmente la Teoria appare incompatibile proprio con le forze che l’hanno fatta nascere.

Un semi-profano (come chi scrive) può arrivare agevolmente ad interpretare la gravitazione come una deformazione dello spaziotempo, cosicché tutti i corpi, luce compresa – in assenza di altre interferenze – si muovono per inerzia lungo linee geodetiche; può accettare senza difficoltà che esistano onde gravitazionali (le quali, salvo mio errore, dovrebbero esistere anche nella meccanica newtoniana), ma trova incomprensibile che nel contesto relativistico si continui a parlare di forza di gravità.

Le forze elettriche possono essere ricondotte anch’esse a deformazioni di un opportuno spaziotempo, che in tal caso sarebbero fortemente selettive? Le forze elettriche e nucleari sono identiche, nella loro natura di forze, a quelle meccaniche o sono altro? Non c’è il rischio di creare teorie interpolari o meglio interpolanti, messe assieme ad hoc per spiegare quanti più fenomeni possibile?

Non sono immemore della tesi di Kant secondo la quale per essere originali occorre essere ignoranti, condizione purtroppo forse realmente necessaria ma tutt’altro che sufficiente; per parte mia mi son sempre mantenuto ignorante ad abundantiam nei confronti di moltissime cose, ed in qualche sporadico caso (tra una prevalente congerie di errori) mi è stato dato di acquisire qualche vantaggio.

Dico che non posso permettermi di approfondire le mie conoscenze di Relatività e di Quantistica perché esse finirebbero certamente con il danneggiare il progresso, gracile e stentato, delle idee che coltivo; ma è mia sensazione che una più profonda conoscenza mi avvicinerebbe a molte ulteriori criticità.

Queste considerazioni hanno carattere di digressione perché sono completamente irrilevanti ai fini della validità o della critica del contesto teorico che segue, il quale tenta di porre (in termini completamente diversi) le premesse per strutture scientifiche non beta-assiomatiche.

LA VARIETA’ FISICA

La costruzione di una varietà logica sufficiente alla conquista della Fisica è molto difficile, e probabilmente (se fosse possibile) richiederà un tempo considerevole e qualche ricercatore di rango sommamente elevato, prediletto dalla Musa e da essa nutrito in misura infinitamente superiore rispetto a chi scrive.

Sarebbe già gran cosa se si rivelasse utile ripercorrere questi poveri passi, per confermarli ovvero anche per rinnegarli, purché in qualche modo non fosse del tutto indifferente tenerne conto.

Per lunghissimo tempo le idee qui accennate sono rimaste sepolte in qualche zona remota della mia mente: lontano da me, e trascurate, hanno subito una sorta di maturazione spontanea, che sarebbe forse più appropriato chiamare fermentazione, ma non hanno ancora mostrato appieno il loro frutto.

La mia inclinazione a non pubblicare le avrebbe forse lasciate dormire indisturbate per tutto il tempo necessario, se non fosse la morte che mi si mostra, in apparenza non troppo da vicino, ma sempre meno timidamente; così ch’essa mi fa inclinare a mettere in salvo questo gracile canovaccio, quale che sia il suo valore, perché ritrovarlo ex novo potrebbe essere facilissimo, o potrebbe non esserlo.

All’opera completa avrei dato un titolo che mi pareva bellissimo, “Perì Physeos”, ma non può essere sprecato vanamente; lo utilizzerò quando sarò giunto ad una conclusione che mi paia soddisfacente, oppure lo lascerò in eredità a colui – oppure, ovviamente, colei – che condurrà a perfezione questo disegno.

Dobbiamo immaginare l’Universo come una collezione finita di varietà logiche, ognuna delle quali corrisponde ad un v-soggetto, legate tra loro da connessioni la cui natura si deve investigare.

Ma esse non apparterranno a nessuno dei sottocasi appena accennati, i quali possono essere immaginati come casi limite o degeneri di varietà logica, ma avranno una struttura peculiare, rivolta precisamente all’indagine fisica, caratterizzata da un idoneo sistema di assiomi.

Alla particolare specie di varietà logiche sulle quali si concentrerà il nostro studio daremo un nome convenzionale, che le distingua dalla generica varietà logica: le chiameremo “varietà fisica”, con l’avvertenza che l’aggettivo “fisica” è qui utilizzato in un senso profondamente diverso da quello corrente.

Nell’immaginazione del lettore, in prima approssimazione, la varietà fisica deve essere pensata come un singolo uomo e gli assiomi debbono in qualche misura rappresentare il suo apparato conoscitivo: il nostro “uomo-varietà fisica” potrebbe rammentare, in qualche modo, il tradizionale osservatore einsteiniano, ma è privo di attitudini galileiane e costituisce un oggetto, piuttosto che un soggetto, di studio.

Tuttavia le manipolazioni e le trasformazioni che tenteremo di operare sulle varietà fisiche possono condurci a costruzioni logiche molto diverse dagli uomini, ma indispensabili per lo studio del soggetto e dei suoi strumenti di comprensione della realtà: e anch’esse saranno varietà fisiche.

Lavoreremo come chi esplora una struttura algebrica, senza tenere alcun conto (finché è possibile) del significato di ciò che cerca di districare, ma soltanto delle proprietà formali implicate dagli assiomi espliciti o taciti; gli elementi della varietà sono proposizioni, e pertanto gli assiomi taciti, dai quali sarà necessario guardarsi, non saranno di poco peso.

In questo genere di indagini il tempo e lo spazio (e più in generale le Categorie della Fisica) sono assenti e dobbiamo immaginare noi stessi (in quanto studiosi) come situati al di fuori del complesso delle strutture indagate, in modo che possiamo contemplare l’Universo intero senza farne parte: ciò che, naturalmente, è un’astrazione che ci sottrae “esistenza”.

Le singole varietà, pur dotate di una struttura formalmente più complessa, debbono essere pensate come se fossero insiemi (strutturati) di numeri naturali, a proposito dei quali non ci poniamo problemi di dove e di quando.

Per esempio se osserviamo l’insieme dei numeri dispari minori di 100000, nessuno ci chiederà se li osserviamo com’erano nel passato, o come sono nel presente, o come saranno in futuro, né ci sarà chiesto dove sono, perché sono, come sono ordinati, né quanto pesano.

Se fosse possibile definire un tempo elementare all’interno della varietà fisica, allora vedremmo in essa svolgersi l’intera vita del v-soggetto con il quale la identifichiamo e, corrispondentemente, vedremmo i suoi confini secondo l’ordine determinato da quel tempo.

Se ciò fosse possibile in più di un modo, vedremmo svolgersi un’altra vita dello stesso v-soggetto secondo sequenze differenti, persino totalmente differenti, delle medesime esperienze; ma in nessun caso potremmo vederla svolgersi secondo il nostro tempo (dell’osservatore).

La chiave del nostro lavoro, però, sta nell’astenerci dal tentare di ritrovare troppo presto e troppo semplicisticamente le Categorie della Fisica, o di immaginarle nei termini di quelle che conosciamo.

Sembra (intuitivamente) probabile ch’esse siano molto ben nascoste nel cuore della varietà fisica, e siano assai restie ad arrendersi alla nostra ragione, con la quale potranno stipulare al più un accordo su basi di reciprocità.

Forse non ritroveremo ad una ad una le Categorie della Fisica, ma tutte insieme, ed a seguito di qualche osservazione elementare, quasi banale, che poteva essere veduta anche in un passato remotissimo e che tuttavia, come tutte le evidenze troppo evidenti, ai nostri occhi è invisibile.

ALGEBRA DELLA VARIETA’ FISICA

Al momento presente non abbiamo mezzi per indagare una ad una le singole varietà fisiche in quanto esistenti, ma possiamo soltanto andare in cerca di proprietà generali, le quali debbono essere dedotte con metodo sostanzialmente assiomatico.

Abbiamo soltanto qualche gracile punto di partenza:

·    abbiamo definito i v-soggetti come composti di un numero finito di v-proposizioni, divise in interne ed esterne, delle quali per momento non sappiamo nulla.

·    vogliamo trovare un modo idoneo per definire l’unità del senziente e l’unità del sentito.

·    vogliamo definire mappe, possibilmente biunivoche, tra una parte delle p-proposizioni della varietà A e le corrispondenti della varietà B; le mappe stabiliscono le comunicazioni tra v-soggetti e pertanto, implicitamente, classificano le proposizioni coinvolte (percezioni) come fisiche in senso stretto.

Le p-proposizioni (poiché alle a-proposizioni non si attribuisce per ora valore scientifico) non si deducono le une dalle altre e non derivano, né positivamente né negativamente, da alcun parco di assiomi.

In queste indagini la beta-Fisica tradizionale ci porge un aiuto, non tanto perché ci insegni che cosa “è”, ma perché ci mette in guardia da ciò che sicuramente “non è”: ad esempio non possiamo aspettarci di poter ordinare le p-proposizioni dei vari v-soggetti con il medesimo criterio ed in maniera congruente (mappabile).

Noi miriamo a conoscere i contenuti delle p-proposizioni, e probabilmente potremo riuscire a conseguirne una parte; ma, salvo sorprese, una volta trovate potremo comprenderle soltanto attraverso la re-traduzione in a-proposizioni, le quali saranno espresse a mezzo di Categorie della Fisica (non necessariamente le medesime cui siamo abituati).

Sono molti i modi nei quali è possibile postulare qualcosa di formale a proposito dei contenuti delle p-proposizioni (che sono comunque antropomorfe, in quanto traduzioni formali di esperienze soggettive umane o umanizzabili), ed è fondamentale decidere se occorre operare una scelta di definizioni (intorno al v-soggetto) che ci protegga dalle contraddizioni (il concetto di contraddizione tra p-proposizioni per ora non è definito).

Ma non è detto che escludere le contraddizioni sia necessariamente una cosa saggia: le contraddizioni potrebbero servire, in qualche modo, da “confini” del v-soggetto.

Il lettore vede che, se sapessimo assaporare la voluttà del non sapere, simili premesse ci condurrebbero vicino alla felicità.

Tuttavia, la definizione di v-soggetto come varietà fisica è una prima garanzia di unità; poiché le varietà fisiche sono esenti dalle Categorie della Fisica, dobbiamo immaginarle come strutture statiche, della stessa natura delle strutture finite di numeri interi.

In una tale struttura, ovviamente il v-soggetto non nasce, non muore e non diviene cosicché noi lo osserviamo dall’esterno come siamo soliti osservare le cose completamente passate (ma, ovviamente, in assenza di tempo).

Persino ogni eventuale sequenziamento delle sue p-proposizioni deve essere introdotto arbitrariamente, oppure come ricaduta di qualche assioma: tuttavia, se riuscissimo a distinguerle, le p-proposizioni che afferiscono alla nascita e quelle che afferiscono alla morte potrebbero definire un ordine del tempo, forse sufficiente.

Se noi riuscissimo a dimostrare una certa p-proposizione, ed a conoscerne il contenuto, ciò sarebbe possibile soltanto dall’esterno; non potrebbe avvenire dall’interno, né attraverso una successione di inferenze condotte a partire da altre p-proposizioni (per la definizione di varietà fisica, la quale è un insieme dato di proposizioni e non ammette processi deduttivi al suo interno) né per integrazione, a partire da una proposizione iniziale, di stati successivi legati l’uno all’altro dalla causalità.

Ciò che noi possiamo conoscere delle p-proposizioni non sono (in genere) enunciati attinenti al loro contenuto, ma alle p-proposizioni stesse; le conseguenze degli assiomi che avremo introdotto non sono p-proposizioni, ma proposizioni intorno alle p-proposizioni, che dovremmo chiamare meta-p-proposizioni o più brevemente m-proposizioni.

Con questo mezzo, del tutto rudimentale, si può ottenere una forma di “curvatura” del pensiero razionale, perché noi faremo ragionamenti non a proposito delle cose, ma a proposito della forma delle proposizioni che descrivono le interazioni tra senzienti e sentiti.

Le inferenze tra p-proposizioni avvengono per questioni puramente formali, ad esempio per similitudine di struttura tra certi aggregati di p-proposizioni, dunque per via simbolica; e non è inverosimile che si possa definire una causalità formale, più solida della corrente causalità crono-meccanica.

Ma per queste cose dobbiamo rinviare a una nota successiva, la quale abbia rigore sufficiente per poter essere letta con un minimo di costrutto.

Per ora, come si suol fare con le strutture algebriche, prenderemo in esame la possibilità di compiere operazioni tra varietà fisiche.

§  UNIONE DI V-SOGGETTI

Può avere molta importanza teoretica l’adozione di assiomi che permettano l’unione di soggetti, ossia tali che sia possibile definire su qualche idoneo insieme di varietà fisiche un’operazione di composizione, comunque intesa, il cui esito sia ancora una varietà fisica.

§  SCOMPOSIZIONE DI V-SOGGETTI

Simmetricamente ed in gran parte conseguentemente, può essere utile studiare a che condizioni possano esistere sottovarietà di una varietà fisica, ciò che consentirebbe, in qualche maniera, di smontarla; se una varietà fisica ammettesse sottovarietà, si potrebbero definire una o più catene ascendenti all’interno della varietà, con conseguenze particolarmente importanti.

§  INVERSIONE

Ma l’operazione che appare più promettente di risultati immediati è l’introduzione di un concetto di dualità per le varietà fisiche, ottenuto attraverso un’operazione di inversione della singola varietà.

L’argomento può essere accennato anche in una nota basica come questa, e per la sua importanza merita un paragrafo a parte.

INVERSIONE DELLA VARIETA’ FISICA

Un’operazione di somma importanza deriva dall’unico elemento della struttura del v-soggetto al quale non possiamo rinunciare in alcun modo: che esso sia un agglomerato di v-proposizioni suddivise con certezza tra “esterno” ed “interno”.

Si potrebbe immaginare, forse proficuamente, di invertire la partizione di Anassimandro attraverso lo scambio tra interno ed esterno.

Ciò potrebbe apparire improponibile in filosofia, ma in matematica è pienamente ortodosso: non sarebbe altro che la definizione di una forma di dualismo.

Il nostro assunto, che il v-soggetto sia il centro di una “visione empirica del mondo” espressa dalle sue v-proposizioni è una formulazione “idealistica” della Fisica, la quale presuppone che il v-soggetto abbia posto sé stesso come “altro” dall’Universo “circostante”.

Ma a questa si può opporre la corrispondente formulazione “materialistica” la quale asserisce che un Universo parziale ha posto sé stesso attraverso l’espulsione dall’apeiron di un v-soggetto (qualcosa di paragonabile alla deposizione di un uovo, come si presenta talvolta nelle mitologie).

Naturalmente esistono tanti Universi “incompleti” quanti sono i v-soggetti, cosicché ad ogni v-soggetto corrisponde un anti-soggetto definito dall’inversione tra il suo v-interno ed il suo v-esterno.

La varietà fisica è un’entità algebrica definita dai suoi assiomi: se questi sono coerenti essa, a suo modo, esiste; allo stesso modo (se si possono definire senza incoerenze) gli anti-soggetti, nel mondo dei loro assiomi, esistono; ed anche le conseguenze della loro esistenza, in quanto applicabili, esistono.

L’importanza dell’anti-soggetto può essere grandissima, e basata su proprietà invisibili del soggetto; il lettore vede facilmente che (dettagli a parte) l’importanza del semi-meridiano di Greenwich sta nel suo complementare, o anti-meridiano, e precisamente nella centralità di questo rispetto alle terre dell’Oceano Pacifico.

Parimenti la parte essenziale del comportamento di molte funzioni matematiche fondamentali è nascosta dietro i valori che esse assumono nell’inesistente campo dei numeri complessi; per esempio il senso di pi-greco è nella periodicità della funzione esponenziale, non nella metrica del cerchio.

Il problema, naturalmente, è accertare che la varietà fisica sia idonea a descrivere la totalità della nostra esperienza, e non contenga arbitrarietà: sarebbe molto utile che gli assiomi necessari siano così pochi, e così forti, da rendere impossibile negarli senza negare al contempo la possibilità di ogni conoscenza fisica.

Ciò sarebbe vero, ad esempio, se essi si potessero ridurre ad un unico assioma: che la conoscenza fisica si esprima soltanto attraverso parole, scritte in un linguaggio opportuno, strutturate in proposizioni di lunghezza finita e, soprattutto, limitata da un numero sufficientemente grande.

L’interesse teorico per l’anti-soggetto si fa più forte non appena gli assiomi <S> del v-soggetto siano tali da essere soddisfatti anche dall’anti-soggetto, con o senza un’opportuna trasformazione delle p-proposizioni: ciò permetterebbe di definire una particolare classe di v-soggetti il cui anti-soggetto è anch’esso un v-soggetto.

In via puramente congetturale, per mostrare fin dove potrebbe spingersi il ragionamento se gli assiomi fossero escogitati in maniera soddisfacente, possiamo chiamare i v-soggetti di questa classe viventi, o animali, o animati, o persino umani: naturalmente ciò dà all’immaginazione un mezzo per rendere concreta l’astrazione, ma non permette alcuna deduzione che non provenga dagli assiomi, né garantisce che i detti assiomi siano adatti alla nostra realtà.

Le due visioni del v-soggetto sono simmetriche e si possono scambiare: il v-soggetto iniziale può rintracciarsi nell’enunciazione materialistica e l’anti-soggetto in quella idealistica: in questo caso l’uomo diventa oggetto, e non soggetto, di osservazione.

Vogliamo perseguire una scienza nella quale le due formulazioni idealistica e materialistica siano equivalenti e sarebbe importantissimo, e forse possibile, che noi appartenessimo ad una tale classe di v-soggetti, cioè che opportuni assiomi <S> ed <U> siano atti a descrivere compiutamente la nostra esperienza.

Dobbiamo osservare che, se fossero entità temporali, v-soggetto ed anti-soggetto dovrebbero “nascere” e “morire” allo stesso tempo; ma nel nostro quadro teorico acronico ciò non ha senso.

L’anti-soggetto vede come interno ciò che per il v-soggetto è esterno, e vede come esterno ciò che per il v-soggetto è interno.

Se l’anti-soggetto “sogna”, i suoi sogni appaiono perfettamente reali al v-soggetto: naturalmente a noi interessano soltanto strutture logiche solidamente fondate sotto il profilo algebrico, e pertanto dobbiamo dare una definizione formale delle esperienze interne che classifichiamo come sogni; ma si deve osservare come i mitografi (in questo caso induisti) abbiano sfiorato grandiose intuizioni.

Non ci sono ragioni perché v-soggetto ed anti-soggetto abbiano il medesimo “baricentro” e pertanto nemmeno la medesima “volontà”, ma non siamo pronti a discutere di questo.

Possiamo introdurre una elementare notazione simbolica, che sia d’aiuto all’espressione di alcune semplici idee.

Sia V+ una varietà fisica invertibile (costituita da un insieme partizionato di proposizioni scritte in un certo linguaggio) e sia dato il suo anti-soggetto, (anch’esso un insieme partizionato di proposizioni scritto nel medesimo o in un altro linguaggio) che possiamo notare come anti-soggetto V-.

Sia T una opportuna trasformazione della prima struttura nella seconda, così che si possa scrivere V-=TV+: la mappa trasforma ogni proposizione dell’interno di V+ in un’altra dell’esterno di V-, ed ogni proposizione dell’esterno di V+ in un’altra dell’interno di V-.

Se la trasformazione T è biiettiva sarà, reciprocamente, V+=T-1V-; potremmo inoltre avere interesse ad operare qualche estensione naturale in V- la quale, attraverso la mappa inversa si traduca in un ampliamento del v-soggetto iniziale, che potremo chiamare chiusura di V+.

Tutto dipende da come si sceglierà di formulare gli assiomi del soggetto e dalla definizione della trasformazione T.

Possiamo definire un operatore A che estrae il sottoinsieme delle proposizioni dell’interno di Vx che fanno parte dell’aritmetica (finita, ma non ciclica) di Vx; allora AV- sarà l’aritmetica di V-, ossia l’insieme delle proposizioni aritmetiche che l’anti-soggetto V- contiene nella parte interna della sua partizione, le quali esistono in forma trasformata nella parte esterna della partizione associata al soggetto V+.

Infine possiamo scrivere RV=T-1ATV la quale definisce le proposizioni fisiche reali del soggetto V e l’operatore R=T-1AT che le estrae; la formula, per ora più ideologica che matematica, rappresenta un collegamento tra razionale e reale, ma ha bisogno di una discussione molto più approfondita; essa è implicita, sostanzialmente, nella sola ipotesi dell’invertibilità del soggetto.

Così facendo l’esistenza fisica si riconduce all’esistenza matematica la quale, a sua volta, ne otterrebbe chiarezza.

La realtà fisica percepita dal soggetto V+ è la contro-immagine dell’aritmetica del suo anti-soggetto V-; questo, supposto che in essi siano validi gli assiomi del soggetto e che questi siano sufficienti a contenere una qualche forma di aritmetica finita, ha sulla propria aritmetica un potere creativo simile a quello che hanno gli uomini sulla loro, cosicché le varie aritmetiche dei vari anti-soggetti sono tutte compatibili.

Di conseguenza sono tutte compatibili le realtà fisiche dei vari soggetti, senza dover ricorrere alla Monade suprema di Leibniz.

Se si potesse solidificare questo abbozzo di edificio, sarebbe conseguita l’aspirazione gorgiana (ed anche kantiana, e di molti altri tra i quali Pitagora e Platone) di connettere la ragion pura alla realtà; ma si dovrebbe passare attraverso la trasformazione T, ed inoltrarsi molto a fondo in un’Aritmetica pur sempre antropomorfa ma, per molti versi, aliena.

Ritorna con più grande potenza, in forma differente ma nel medesimo spirito, l’affermazione di Galileo, sull’essere “scritto in lingua matematica questo grandissimo Libro dell’Universo, che continuamente ci sta aperto innanzi a gli occhi”.

A prima vista la definizione dell’operatore R deriva da pochissime ipotesi: che ogni soggetto passibile di conoscenza sia partizionato in un interno ed un esterno, che la conoscenza che chiamiamo “fisica” sia tutta esterna, che la conoscenza che chiamiamo ”aritmetica” sia tutta interna, che l’aritmetica “reale” sia finita, che l’esistenza di un linguaggio rigoroso, al di sopra di un certo grado di complessità, consenta l’inversione del soggetto.

Naturalmente non si deve concedere troppo alla tentazione di personificare i soggetti e gli anti-soggetti dei quali parliamo, i quali sono soltanto strutture algebriche.

Certamente il percorso necessario a superare tutte le difficoltà che pone la trasformazione dei pochi enunciati appena elencati in una scienza (se così si può dire) “assoluta” è pieno di difficoltà e, per quello che si può immaginare, non è breve; da una parte milita in contrario la potenziale negabilità degli assiomi, dall’altra il rischio dell’eventuale scarsa rilevanza delle conclusioni che si possono trarre.

In compenso ha il vantaggio di non richiedere apparecchiature sempre più grandi e complesse, e prende di mira direttamente il risultato finale e non la più vicina tappa intermedia.

PERCORSO

Tenteremo qui di indicare un percorso che ci guidi alla meta di questo disegno per la via che sembra più breve: la quale via naturale, come spesso accade, può non essere la strada maestra.

Dalla nostra parte sussiste un solo fatto sperimentale, che possiamo porre alla base dell’intera “speculazione”: le nostre percezioni, dirette o strumentali, possono essere formalizzate soltanto attraverso un numero finito e limitato di proposizioni, ciascuna delle quali ha lunghezza finita e limitata (quali che siano il criterio di misura della lunghezza e la grandezza del limite che si voglia ammettere).

Tale principio, che chiamiamo assioma-zero, è in sostanza un modo alternativo di quantizzare la realtà, ossia di escluderne ogni continuum, ma sorge dalla natura delle cose e, soprattutto, della Parola.

Esso può essere accettato dal lettore, oppure respinto, nonostante sia conforme a tutte le esperienze possibili e non si possano produrre esempi in contrario; chi lo accetta dovrà trarne le conseguenze, chi lo ripudia svilupperà una Fisica contraria all’esperienza, potenzialmente fideistica e contraddittoria.

A partire dall’assioma-zero è forse possibile edificare un nuovo genere di fisica, ma senza dubbio esso è sufficiente, da solo, ad invalidare le Teorie correnti in quegli enunciati nei quali esse facciano ricorso, in maniera essenziale, a presupposti infinitistici o comunque alla possibile sussistenza di enunciati di estensione illimitata: in particolare quando esse hanno bisogno, in maniera essenziale, di qualche continuità fisica, o dello spazio o del tempo o di qualsiasi altra grandezza.

Con la guida di un criterio del genere qualche persona di buona volontà potrebbe subito mettersi in caccia dei punti deboli di molte Teorie per enuclearli e, quando è possibile, normalizzarli.

Per parte nostra, l’assioma-zero ci spinge verso qualcosa di temerario, prender atto della necessità di un divorzio tra Fisica e Matematica: ciò potrebbe preludere alla più gelida sterilità o viceversa ad una forma alternativa di fecondità; in particolare l’analisi infinitesimale sarebbe vista come uno strumento per investigare, e talvolta approssimare, strutture aritmetiche sommamente complesse, ma non direttamente la realtà.

Con ciò non si vuole negare la validità di parti fondamentali delle matematiche, ma soltanto la loro applicabilità alla Fisica; torniamo, per altra via, al radicale dissidio tra Razionale e Reale.

Naturalmente la pars destruens di ogni dottrina è assai più agevole da sviluppare rispetto alla pars construens.

Rimane intatta la più grande delle difficoltà: tentare di estrarre qualche conoscenza significativa dal mondo sconosciuto delle p-proposizioni, le quali riscrivono le nostre esperienze in un linguaggio scientificamente esatto, ma a noi ignoto.

Lo sviluppo teorico si presenta sommamente difficile, soprattutto perché l’arma dell’infinito non è più disponibile; però le conclusioni cui esso conduce, se esistono, poggiano soltanto sui principi di esprimibilità e comunicabilità, e possiamo pensarle come certezze.

Il mondo delle p-proposizioni appare, visto dall’esterno, come una città fortificata; così lo vede tuttora chi scrive, che pure vaga da decenni attorno alla muraglia, in cerca di qualche crepa o fessura, nella speranza che possa rivelarsi una breccia.

Basterebbe un’idea singola, forse semplicissima e forse da sempre sotto gli occhi di tutti, per violare la barriera; ma ciò che manca, soprattutto, sono le idee semplici.

L’interno del muro non è inconsistente, né vuoto, perché è composto dell’intera esperienza di un soggetto, espressa in un linguaggio tanto distante da noi che non possiamo utilizzarlo direttamente ma che possiamo investigare nonostante l’estrema complessità con la quale ci si presenta: ma dobbiamo rammentare che una siffatta complessità è in noi, non nella natura delle cose.

La realtà al di là del muro non è disorganizzata, né disorganica: è unificata dal fatto stesso di appartenere ad un singolo soggetto, la cui fondamentale unità deve essere, per così dire, misurata ed oggettivata.

Inoltre molte proposizioni possono essere poste in corrispondenza con quelle di altri soggetti, e debbono conservare le tracce di qualcosa di comune.

Una prima linea di attacco può essere disegnata a partire dall’ipotesi più rigorosa, l’unica forse realmente percorribile, che le p-proposizioni non contengano alcuna delle Categorie della Fisica a noi note; a questo punto la modestia delle nostre conoscenze ci forza a trattare le p-proposizioni come enunciati puramente aritmetici, perché non sappiamo di nessuna proposizione, eccetto quelle aritmetiche, che possa essere detta senza fare riferimento a qualche entità fisica.

In questo caso le nostre percezioni fisiche possono essere ricondotte a percezioni aritmetiche esterne, ciò che spiega l’importanza delle discussioni sull’anti-soggetto.

Il quadro teorico che ne deriva è molto soddisfacente, ma è doveroso osservare che si tratta di una forma radicale di Pitagorismo, dove non esiste altra realtà fisica se non il Numero; persino l’antica radice quadrata di due, entità matematica ma non fisica, che tanto terrore incusse ai Pitagorici, conserva tutto il peso che le tributarono gli antichi.

D’altra parte, a ben vedere, tutte le dottrine fisiche correnti non sostengono nulla di sostanzialmente diverso dal carattere numerico della realtà fisica, sebbene facciano uso di altri tipi di numero, e di altre proprietà formali.

Nel nostro contesto, ovviamente, il Numero non è la Natura, ma il Linguaggio: sulla Natura non possiamo dire nulla, che non sia detto attraverso il nostro linguaggio.

In questa ipotesi la sfida (che ci siamo posti da noi stessi) si dirama:

·      Da un lato occorre trovare leggi in una massa (finita) di proposizioni quale in un primo momento possiamo immaginare puramente caotica, e forse casuale (posto che sia lecito utilizzare considerazioni probabilistiche in aritmetica, il che è dubbio). La ricerca dovrebbe volgersi verso qualcosa di simile ad un baricentro, o a degli autovalori, i quali rappresenterebbero la cosiddetta unità del soggetto. Altrettanto importanti, per quanto non sia possibile parlarne in breve, sono le inferenze che si possono trovare tra opportune trasformate delle p-proposizioni, le quali sembrano poter svolgere il ruolo di un fittissimo tessuto connettivo della realtà, ben distinto dalla causalità.

·      Dall’altro, se si desidera acquisire qualcosa di tangibile, è necessario enucleare da un ammasso generico di proposizioni qualcosa che assomigli alle nostre Categorie: materia, energia, spazio, tempo, causalità, o almeno trovare le condizioni perché ciò sia possibile.

Naturalmente non possiamo pensare di ritrovare esattamente le medesime Categorie che conosciamo, perché altrimenti torneremmo alle nostre contraddizioni, ed il lavoro compiuto (se così fosse) ci mostrerebbe che esse sono intrinseche.

Di tutto ciò non posseggo nulla che sia presentabile, e meno che mai pubblicabile; ci sono tracce di arrampicate compiute verso alcune direzioni diverse, non prive di significato ma tutt’altro che soddisfacenti.

Mi assistono molte diverse intuizioni, delle quali l’esperienza mi ha insegnato quali sono credibili e quali ingannevoli, ma l’errore è sempre in agguato; la più profonda sembra indicarmi che, sebbene il passo decisivo non possa che essere semplice, ci vuole a compierlo qualcuno più forte di me, e dalla mente più fresca, quasi vergine; inoltre tutta la parte successiva, sebbene sia puramente tecnica, presenta difficoltà matematiche eccezionalmente elevate.

Cosicché appare probabile che non mi sarà concesso di vedere la fine di questo inizio.

TECNOLOGIA

Non è prevedibile che il tipo di indagine cui qui si cerca di dare inizio possa condurre a brevissimo termine ad applicazioni tecnologiche; ma, se e quando esse saranno possibili, saranno applicazioni di tecnologie radicalmente diverse dalle nostre contemporanee.

Il tipo di fisica qui delineato, se si potesse costruire appropriatamente, non sarebbe un semplice “raccordo” tra visioni del mondo eterogenee, atto a limare gli spigoli delle varie Teorie fino a farle incastrare perfettamente.

Persino chi scrive pensava, inizialmente, che una volta riusciti a ritrovare spazio, tempo, materia, energia e tutto il loro corredo in una forma logicamente inattaccabile, si sarebbe potuto semplicemente rifondare la Fisica corrente su basi più salde, essendo venuti a capo dei difetti d’approccio legati al metodo sperimentale quando esso si avvicina agli estremi e, ciò fatto, rifluire (dal punto di vista pratico) nella tecnologia ordinaria.

Ma il tracciato stesso della via di sviluppo ci mostra che, anche sotto gli aspetti tecnologici, un siffatto modo di intendere la Fisica muterebbe molte cose.

Il nostro modo ordinario di acquisire “previsioni” di eventi futuri (per esempio la posizione di un pianeta) è legato alla causalità, meccanicistica o al limite statistica; dal presente andiamo al futuro attraverso la conoscenza delle fasi intermedie e delle catene di cause che costruiscono l’evoluzione temporale del fenomeno: nelle ipotesi che le equazioni differenziali siano sufficientemente esatte, che le soluzioni convergano, che i calcoli numerici siano fattibili ed adeguatamente precisi: se in una qualsiasi delle fasi intermedie compare qualche “imprevisto” l’intero lavoro risulta vanificato.

Molto simile è il procedimento necessario per determinare la realizzazione di un certo evento: qui è possibile addurre un esempio, non “fisico” in senso stretto ma più idoneo di un esempio “fisico” a chiarire la diversità dell’approccio.

Supponiamo di desiderare che due persone determinate, A e B, si incontrino.

Se operiamo secondo una beta-Fisica siamo costretti, per prima cosa, a decidere dove e quando dobbiamo volere che si incontrino, ancorché questi dettagli ci siano indifferenti, e poi dobbiamo condurre separatamente le due persone nel luogo X al tempo Y, e ciascuno dei due percorsi può richiedere ulteriori scelte di tempo, di luogo, di modo, di mezzi, e così via; se uno qualsiasi dei passi intermedi incontra ostacoli non previsti, l’intero progetto, che forse era possibilissimo se non fossimo stati costretti a stabilire i dettagli, non giunge a compimento.

Con la fisica a base logica, sebbene sulla strada si incontrino cose ancora più “ostili” delle equazioni differenziali, il procedimento è del tutto diverso: dobbiamo soltanto “dimostrare” la previsione, e tra i due casi – la pura osservazione e la determinazione – non ci sono che piccole differenze; come le entità aritmetiche le nostre previsioni, una volta dimostrate, preesistevano ab aeterno.

Se riusciamo a trovare la “dimostrazione” non possiamo imbatterci in alcuna legge di Natura che sbarri la strada, perché le leggi di Natura (in senso beta) non esistono; in generale non conosceremo i dettagli attraverso i quali il nostro obiettivo si avvera, ma per ipotesi non ci interessano.

Il corso degli eventi, il quale ha senso e può essere osservato soltanto secondo i criteri di una particolare beta-Fisica, lo stabilisce la Natura ma, in senso proprio, non esiste: ad un osservatore beta-fisico la sequenza degli accadimenti potrebbe apparire tortuosa, e talvolta costellata piuttosto di coincidenze che di nessi causali, ma ciò si dovrebbe attribuire ai suoi pregiudizi, ossia alle leggi cui ha immaginato che la Natura sia soggetta.

Tuttavia non dobbiamo dare un peso eccessivo alle parole che siamo stati costretti ad utilizzare, perché esse non differiscono dalla fisica ordinaria tanto grandemente quanto sembra: in effetti anche l’astronomo, quando ci dà la posizione futura di un pianeta, non fa altro che “dimostrare” attraverso le sue leggi che la posizione di quel pianeta in quel momento sarà quella.

Parimenti chi vuole raggiungere un certo obiettivo, lo fa in forza di una “dimostrazione”, formatasi sulla base delle sue cognizioni fisiche, che il risultato sarà quello: ma in generale non basta osservare, egli deve “agire” per far sì che le condizioni della sua dimostrazione saranno verificate opportunamente; ed anche nelle beta-Fisiche ordinarie una volta che l’obiettivo è stato conseguito esso appare come se fosse sempre stato “nell’ordine delle cose”.

Le parole che abbiamo usato esprimono una semplice generalizzazione: e come tutte le generalizzazioni pongono in una luce nuova il loro punto di partenza, che dal centro si sposta verso una posizione periferica; usiamo qui un linguaggio molto diverso da quello della fisica ordinaria perché siamo costretti a fare a meno, per quanto ci è concesso senza un apparato formale, delle Categorie della Fisica.

I punti fondamentali, in ogni modo, sono la scomparsa dei passi intermedi e l’assenza di interdizioni derivanti da leggi fisiche.


 

APPENDICE

Per evitare il continuo ricorso a perifrasi daremo un nome convenzionale al tentativo tratteggiato nelle pagine precedenti; con la benevola condiscendenza del lettore lo chiameremo “fisica anomica”: il termine avrà l’iniziale minuscola, come al momento presente è giusto ed opportuno che sia.

Vorremmo mostrare, in questa appendice, come la fisica anomica rechi con sé, sia pure alquanto alla lontana, alcune interpretazioni che ne fanno una sorta di generalizzazione della Teoria della Relatività Generale (da qui in avanti, brevemente, “Relatività”).

È opportuno osservare subito quali possono essere i punti di contatto tra i due ambienti.

Nell’uno e nell’altro il dato iniziale è costituito da una massa di “percezioni”, il cui insieme costituisce (o almeno “rappresenta”) la realtà fisica.

L’uno e l’altro definisce la propria esprimibilità, ossia la forma canonica che le percezioni studiate debbono assumere; per la Relatività le percezioni ordinarie sono considerate “fisiche” quando consistono di misurazioni di certe grandezze in circostanze sperimentali ben definite, cosicché il p-linguaggio è la trascrizione formale dell’esperienza; per la fisica anomica le a-percezioni sono intese in senso sofistico: di queste sono classificate esprimibili quelle che possono essere formalizzate attraverso un apposito p-linguaggio, inizialmente sconosciuto.

L’uno e l’altro cerca la verità fisica nell’invarianza di qualcosa; per la Relatività la percezione di un osservatore deve convertirsi in quella di ogni altro attraverso le leggi di trasformazione, ossia attraverso un cambio di coordinate spazio-temporali, e la conclusione (o meglio l’ipotesi) è che vediamo tutti lo stesso mondo; per la fisica anomica il cambio di coordinate è dato dalla traduzione delle p-proposizioni di un v-soggetto (esistente) in quelle di un altro (esistente), operazione più complessa rispetto ai cambiamenti di coordinate e non sempre possibile, cosicché soltanto in certe circostanze (determinabili) si può sostenere che vediamo tutti lo stesso mondo.

Tuttavia è comune ai due approcci un presupposto generale, che la realtà sia una massa di opinioni le quali debbono essere espresse in forma tale da non potersi contraddire esplicitamente a vicenda (al finito); in forza di ciò la fisica anomica può essere intesa come una generalizzazione (estremale) della Relatività.

È necessario mettere in evidenza le differenze che sono considerevoli.

a)   In fisica anomica la realtà non può essere descritta come un continuum, perché la natura strutturalmente discreta della parola e la finitezza dell’aritmetica dell’osservatore lo impediscono; tutto ciò, tuttavia, ha poco o nulla a che vedere con la Fisica Quantistica.

b)   Inoltre non sono possibili gli esperimenti ideali: non possiamo immaginare l’osservatore arbitrariamente, perché quelle che intendiamo studiare sono tutte a-proposizioni reali.

c)    Le esperienze di un osservatore non possono essere estese tout court a tutti gli altri.

Quanto segue dovrebbe servire a chiarire meglio ciò che s’è detto.

1)   Relatività.

La Relatività ha una visione della Fisica estremamente più sofisticata della Teoria Newtoniana e più passibile di raffinazioni; il passato dal quale trae origine (equazioni di Maxwell, trasformazioni di Lorentz, relatività ristretta) ha insegnato a non prendere per assolute le variabili della Fisica ed in particolare a non considerare ermeticamente distinti tempo e spazio oppure materia ed energia.

La Relatività prende origine dal principio omonimo, che le leggi della Fisica debbono apparire le medesime ad ogni osservatore, quale che sia il suo sistema di riferimento.

Essa sostiene che la realtà fisica è un insieme di eventi, caratterizzati da grandezze fisiche misurabili (quelle che abbiamo chiamato Categorie della Fisica) immersi in una struttura geometrica tetradimensionale detta “spaziotempo”; le misurazioni, altrimenti dette osservazioni, sono compiute da ciascun osservatore a partire dal suo proprio sistema di riferimento.

In ciò consiste l’esprimibilità (soggettiva) della Relatività, ossia nel postulato che le osservazioni possano essere espresse a parole (anzi, in particolare, mediante rilevazioni essenzialmente numeriche relative alle grandezze introdotte).

Questa forma di esprimibilità contiene pertanto una gran massa di assunzioni gratuite: che spazio, tempo, materia, energia esistano, e siano strutturati secondo strutture geometriche molto peculiari.

A ciò si aggiungono molti altri presupposti impliciti, non meno gravosi: che le frasi utilizzabili possano avere qualsiasi lunghezza (finita), che tutti i numeri posseggano un “nome”, che l’ipotesi di continuità di tutte o parte delle variabili sia compatibile con quella di esprimibilità, che quando l’osservatore non osserva accadano precisamente le medesime cose di quando osserva.

Se qualcuno di tali presupposti non fosse (parzialmente o completamente) verificato, la Teoria verrebbe ad avere problemi di esprimibilità, che finirebbero con il metterla in contrasto con la realtà.

Tuttavia, nonostante la gran mole di ipotesi introdotte, se esistesse soltanto un singolo osservatore la Relatività non giungerebbe a conclusioni particolarmente profonde; essa deve essere fertilizzata attraverso la pluralità degli osservatori, le cui osservazioni debbono essere sottoposte ad un qualche criterio di compatibilità.

Infatti il principio di relatività sottintende l’impegnativa ipotesi kantiana che l’intero Universo, ed i singoli eventi in particolare, siano “cose in sé”, e di conseguenza le misure operate dai singoli osservatori possano essere differenti, ma non “qualsiasi”.

La Teoria è costretta a soddisfare il requisito gorgiano della comunicabilità, e ciò impone che alla pura struttura geometrica si debbano aggiungere alcune leggi, concernenti precipuamente quelli che possiamo chiamare gli “additivi” dello spaziotempo, essenzialmente materia ed energia, nelle forme cinetica ed elettromagnetica (attuale e potenziale).

Scopo delle leggi è appunto di controllare il comportamento di materia ed energia, e di regolarne la conservazione e le trasformazioni.

Le osservazioni degli osservatori debbono essere mutuamente trasformabili attraverso le regole sviluppate dalla Teoria, le quali sono espresse massimamente nella conservazione della metrica dello spaziotempo, il che significa che tutti gli osservatori vedono il medesimo spaziotempo.

Si dimostra abbastanza agevolmente che alcune grandezze “classiche” quali le lunghezze, i tempi, la massa, l’energia non possono essere conservate attraverso la comunicabilità: esse hanno carattere soggettivo e non possono essere comuni a tutti gli osservatori.

Si giunge (già con la Relatività Ristretta) al famosissimo risultato della conversione materia-energia, E=mc2; tuttavia nell’ambito dei fenomeni studiati esso produce soltanto una diversa misura dei valori della massa e dell’energia cinetica da parte di osservatori dotati di diverso moto rispetto al fenomeno osservato.

Per trovare la vera conversione materia-energia si deve entrare nel campo di applicazione della Fisica Nucleare e Subnucleare, dominio di una Scienza incompatibile con la Relatività e, si licet, sua antagonista; ma la legge di conversione rimane proprio quella della relatività ristretta, sebbene l’energia prodotta, per lo più, non sia cinetica e la conversione non dipenda, in massima parte, dal sistema di riferimento dell’osservatore.

La Relatività raggiunge conclusioni grandiose, le quali hanno segnato la storia della Scienza: che la materia-energia induca (o addirittura sia?) la curvatura dello spaziotempo, cosicché la gravità, intesa come forza, non esisterebbe (nell’ortodossia).

Mentre le forze elettriche, capaci di attrarre e respingere non ogni cosa allo stesso modo ma selettivamente, non si possono immaginare senza artifici come deformazioni dello spaziotempo, e pertanto sarebbero vere forze.

2)   fisica anomica.

Per parte sua la fisica anomica opera in maniera apparentemente molto diversa: non definisce affatto le Categorie della Fisica, sostituisce all’osservatore il “soggetto” e definisce lo spazio delle osservazioni come l’insieme delle sue percezioni (in senso sofistico) con particolare attenzione verso quelle realmente esprimibili a parole e, tra queste, a quelle comunicabili (ossia dotate di un riscontro linguistico in qualche altro soggetto).

Questa, salvo errore, appare come una generalizzazione estremale, non passibile di ulteriori estensioni; ciò che sfuggirebbe è soltanto ciò che non si può esprimere a parole, l’indicibile o, come talvolta si designa, l’ineffabile (in senso rigoroso); ci sono varie gradazioni di comunicabilità.

Con la fisica anomica tentiamo un’inversione della strategia di approccio: invece di partire dall’incerto per avvicinarci al certo mediante una successione convergente di Teorie sempre più precise, osiamo partire dal certo, pur esiguo, per espanderne il dominio: cataloghiamo tra le certezze la necessità di esprimere la conoscenza fisica mediante parole comprensibili ad altri, e la finitezza dell’aritmetica empirica.

I soggetti cui si fa riferimento sono tutti reali e non ipotetici e anch’essi sono in numero finito; non ha senso parlare di ciò che accade quando l’osservatore non osserva.

L’ipotesi è che le affermazioni sofistiche che definiamo “fisiche” in senso stretto (una parte delle a-proposizioni, espresse in a-linguaggio) possano essere tradotte (avendo eliminato qualsiasi illazione implicitamente contenuta nella loro formulazione) in p-proposizioni, scritte in un p-linguaggio la cui sintassi (prima) e la cui semantica (successivamente) forniscono la verità fisica (comunque antropomorfa).

Soltanto una parte delle a-proposizioni può essere convertita in p-proposizioni (esprimibilità) e di queste soltanto una parte sarà convertibile nelle corrispondenti p-proposizioni di altri soggetti (comunicabilità).

Il p-linguaggio è tale da comprendere soltanto frasi di lunghezza finita e limitata (per esempio per il numero di parole, o di caratteri) cosicché (fatto essenziale, senza il quale si vagherebbe indefinitamente da una tautologia all’altra) esso non può e non deve contenere l’intera aritmetica, ma soltanto una porzione finita la quale definisce (o addirittura è) il soggetto.

In tale contesto, ovviamente, né la Relatività né la Fisica Quantistica possono essere esprimibili.

L’aritmetica del soggetto non può essere l’intera aritmetica, ma soltanto la parte accessibile, ciò che infligge importanti limitazioni alle possibilità di dimostrazione, ma costituisce in compenso un punto d’appoggio.

Che ciò sia sufficiente per costruire per intero la Fisica, è una scommessa che chi scrive potrebbe perdere, ma della quale è convinto: tutto ciò che non è strettamente necessario, è superfluo, cosicché non si debbono introdurre leggi gratuite in natura.

La Relatività formalizza lo spazio delle osservazioni attraverso una varietà geometrica, la fisica anomica attraverso una varietà logica, composta di proposizioni; le osservazioni einsteiniane sono rese coerenti attraverso la metrica, le proposizioni attraverso sintassi e semantica.

In breve nel passare da un ambiente all’altro la geometria è sostituita dall’aritmetica, la metrica dalla parola, l’osservatore dal soggetto.

In fisica anomica non dobbiamo trovare a quali leggi obbedisce la realtà, ma a quali leggi sono costrette ad obbedire le nostre descrizioni della realtà, se debbono conseguire i requisiti dell’esprimibilità e della comunicabilità.

3)   Quantistica.

Per dire qualcosa di credibile in materia di fisica quantistica sarà forse necessario aver prima varcato i “flammantia moenia mundi”.

Pertanto le poche parole che seguono hanno poco peso.

Dal punto di vista estetico la Teoria dei quanti sembra essere agli antipodi della Teoria di Newton; tuttavia essa “funziona”, come dal canto suo “funzionava” l’Astronomia Tolemaica, con la quale condivide l’apparenza “interpolante” e, appunto, la debolezza estetica.

La parola “interpolante” non deve essere intesa in senso improprio, né tanto meno irrispettoso, perché la Quantistica è certamente una delle grandi costruzioni della mente umana, così come, per parte sua, è l’Astronomia Tolemaica: si vuole indicare che le leggi, pur tecnicamente corrette, sembrano costruite su misura per spiegare i fenomeni osservati, come gli epicicli di Tolomeo.

Ma per quanto brillantemente si possano disporre epicicli ed equanti, e per quanto accuratamente i Pianeti li rispettino, quella non è l’Astronomia.

Un semi-profano potrebbe stupirsi, ad esempio, di un’onda di probabilità continua immersa in uno spaziotempo continuo, la quale voglia significare una realtà granulare, e di molte altre ibridazioni di continuo e discreto.

Le equazioni differenziali sono senza dubbio comode, ma rarissimamente la Natura ci regala un Riemann, il quale venga a capo della questione o almeno la ponga nei termini più puri: nel frattempo facciamo uso di strumenti che appaiono contraddittori.

Per la fisica anomica il carattere discreto della Parola (la quale si può ricondurre sempre ad una porzione finita dell’Aritmetica) implica già per sé stesso una realtà (esprimibile) discontinua per propria natura: sebbene, verosimilmente, i suoi “quanti” debbano essere senza confronto più piccoli.

Ai “capricci” fisici delle particelle elementari subentrano i “capricci” logici delle proposizioni, cosicché quando ci imbattiamo in aree della varietà nelle quali le proposizioni debbano necessariamente perdere precisione (logica), allora siamo giunti nelle vicinanze dello spazio.