UN’IPOTESI DI FISICA NON GALILEIANA

L’argomento discusso in queste pagine è sommamente importante e include molte argomentazioni che mi sembrano decisive, sebbene la mia trattazione sia certamente inadeguata.

Obiettivo dell’indagine è la conquista del punto d’appoggio attorno al quale ruotano molte e varie scienze ed in particolare la Fisica, architrave delle scienze naturali, intesa nel senso più ampio.

Questo articolo sarà pubblicato nella sua forma completa a tempo e luogo, quando avrà trovato un assetto stabile ed una sede idonea; per momento è offerto all’attenzione del pubblico attraverso lo strumento della Rete, allo scopo di ottenerne un ritorno, forse utile alla stesura definitiva.

Prego il lettore di essere indulgente verso un tentativo di palingenesi della Fisica che per ora è puramente embrionale; e nello stesso tempo di non voler rinnegare la profondità dei ragionamenti che seguono: perché in essi, o in qualcosa di non troppo lontano da essi, è nascosto il futuro della Fisica.

SINTESI

Premetto queste righe di compendio, esteticamente non opportune, per evitare che quanto segue possa essere frainteso o interpretato fantasticamente o addirittura sopravvalutato, e finisca relegato nel campo delle cose astruse e, pertanto, indecidibili.

Poche righe saranno sufficienti a chiarire l’obiettivo.

Partiremo dalla definizione, apparentemente ovvia, della Fisica come scienza delle esperienze: non tutte, perché si dovranno escludere quelle intrinsecamente soggettive; pertanto la Fisica è la scienza di quelle esperienze alle quali si possa attribuire oggettività.

L’indagine su che cosa sia oggettivo ha apparenza filosofica, ma è strettissimamente fisica ed è una delle questioni sulle quali non è dato sorvolare; essa ci aiuta a tracciare i confini ed a stabilire il campo di applicazione della Fisica.

Per prima cosa associamo all’oggettività di un’esperienza tre caratteristiche: la realtà, l’esprimibilità, la comunicabilità.

L’attributo di realtà esclude le esperienze puramente ideali (quale ad esempio l’ascensore relativistico) o i sogni, o le allucinazioni: tutto ciò non può contenere alcuna genuina informazione fisica; l’attributo di realtà implica l’esistenza, non la semplice possibilità.

L’esprimibilità impone che ciascuna esperienza fisica possa essere compiutamente descritta attraverso un linguaggio coerente, ordinario o formale o matematico, ma soprattutto finito e limitato.

La comunicabilità impone che l’esperienza fisica possa essere condivisa tra tutti gli osservatori che le attribuiscono realtà, ossia che i linguaggi dei singoli osservatori siano traducibili l’uno nell’altro senza contraddizioni: un esempio luminosissimo – ma logicamente imperfetto – di comunicabilità lo troviamo nel tensore metrico della Relatività Generale.

La nostra tesi è che, a partire da questi soli requisiti, di natura puramente logica e linguistica, sia possibile edificare per intero la Scienza Fisica, non soltanto quale scienza del possibile ma, molto più strettamente, dell’esistente.

Allo stesso modo noi conosciamo in forma esistenziale, e non puramente possibilistica, i vasti regni dell’Aritmetica, i quali sono assai più complessi e dettagliati di qualsiasi realtà fisica si voglia ipotizzare.

Non possiamo dire lo stesso della Geometria perché la Geometria, a differenza dell’Aritmetica, ha bisogno di un sistema di riferimento.

Il nostro discorso richiede un lettore attento, e capace di profondità; lo sviluppo, per forza di cose, dovrà essere graduale.

In attesa di quanto diremo in seguito con maggiore proprietà, possiamo spingere la sintesi fino all’estremo, a rischio che l’enunciato si faccia rozzo; “poiché qualsiasi linguaggio che formalizzi le nostre esperienze ha natura intrinsecamente aritmetica anche la Fisica, così come noi possiamo conoscerla, deve avere natura aritmetica”; rozzo, ma perfettamente vero.

Lo sforzo che vogliamo compiere sarà di prendere pienamente sul serio – e formalizzare matematicamente – l’affermazione antichissima che la Parola umana è tutto: ogni cosa esistente si deve poter ricondurre alla Parola, o Discorso, o Logos.

Tesi che ha trovato un gran numero di sostenitori nel corso della Storia, da Eraclito al famosissimo e suggestivo incipit (per così dire) evoluzionistico di Giovanni Evangelista, ma non una formalizzazione scientifica.

FISICA E FILOSOFIA

Una scienza qual è la Fisica, che si pone come obiettivo l’intero Universo, ed insieme tutti i suoi dettagli, è diversa da ogni altra – talché la chimica, o la biologia, o la medicina, o l’ingegneria o persino l’economia (se esistesse) non sono se non suoi rami.

Una tale scienza, come la Terra di Anassimandro, non ha qualcos’altro su cui appoggiarsi, e non può pervenire al suo scopo se pretende di lasciare in sospeso oppure addirittura ignorare le sue proprie questioni fondamentali.

L’assunto che esista, per sé stessa, una Fisica sperimentale che funziona, indipendentemente dalle speculazioni o dalle sottigliezze dei filosofi, è un approccio tecnologico, non scientifico.

Quando ci si propone di spiegare tutto, realmente e senza eccezioni, occorre prima dotarsi degli strumenti necessari a spiegare tutto; una scienza che ignori o rimuova i suoi problemi principali non è sufficiente allo scopo: per arrivare a spiegare tutto è necessario saldare le due discipline, Fisica e Filosofia, e farne un corpo solo.

Diversamente la scienza procederebbe su una sorta di campo minato, dove giacciono sepolti a fil di terra paradossi e contraddizioni, nei quali di tanto in tanto – oggi più che mai – ci si imbatte.

Le mirabili conquiste tecnologiche cui ci ha condotto la Fisica sperimentale dovrebbero suscitare in noi, in misura più o meno pari, orgoglio terrore e modestia.

Ma sovente (soprattutto nelle menti meno forti, credo) quest’ultima cede il posto all’arroganza: la quale si esprime in parte nella convinzione di aver realmente acquisito la verità, in parte nella sottovalutazione di ogni ragionamento posto ad un livello più elevato della pura e semplice sperimentazione, in parte nello spregio della Filosofia, soprattutto antica.

Concludo con due cenni che saranno ampiamente trattati nel seguito.

1)   Le dottrine fisiche correnti non rispettano i requisiti di realtà, esprimibilità, comunicabilità.

2)   I detti tre requisiti, come ho dovuto constatare con grande sorpresa (ed un certo disappunto, perché credevo di star facendo cose spiccatamente moderne), sono la copia esatta delle tre tesi di Gorgia da Lentini, redatte nel V secolo aC: invito il lettore a leggerle in originale.

Il grande Filosofo enunciò le sue tesi in forma negativa, sicché asseriva che nessuna esperienza fisica può soddisfare ad alcuno dei tre requisiti: ed anche in questo (tre risposte negative) avrebbe ragione, se non ci fosse un altro – e più duro – pregiudizio da sfatare.

SEMPLICITA’

L’importanza di una riflessione teorica, in linea di principio, è direttamente proporzionale ad una qualche potenza della sua semplicità, perché nulla è fondamentale se non è semplice.

Qui si vuole mostrare che, per quanto complessi possano essere gli sviluppi della dottrina che vogliamo disegnare, il punto di partenza è quasi elementare ed agevolmente comprensibile da tutti.

Pertanto sarà nostro scopo primario formulare le esigenze della ricerca fisica nella forma più semplice possibile; inoltre, non appena inevitabilmente gli oggetti del nostro studio si complicheranno, dovremo addurre con precisione le ragioni che ci avranno frodato della semplicità.

TEORIE UNIVERSALI

Uno dei possibili punti di partenza della nostra indagine è suggerito dall’evidente contrasto tra la Teoria della Relatività Generale e la Meccanica Quantistica, conflitto ben noto da oltre un secolo, verso il cui superamento non si sono compiuti sinora passi risolutivi.

Con il passare del tempo la riflessione mi ha portato a considerare che persino se il detto contrasto fosse appianato da una Teoria universale, la quale unificasse i due rami d’indagine, il disagio della Fisica non scomparirebbe del tutto.

Una siffatta Teoria Universale sarebbe governata – per definizione – da leggi sempre valide ed atte a spiegare ogni aspetto osservabile della realtà.

Come vedremo più accuratamente nel seguito, se esse fossero tutte necessarie, cioè se nessuna di esse fosse negabile senza contraddizione, la Teoria sarebbe in realtà priva di leggi ovvero, come amiamo dire in questo contesto, sarebbe tecnicamente anomica e sotto molti profili (ma non tutti) sarebbe completamente appagante.

Se invece qualcuna delle sue leggi fosse negabile la Teoria universale sarebbe propriamente galileiana e sarebbe esposta, in ogni momento, a qualche smentita sperimentale.

Inoltre le leggi trovate (anzi semplicemente constatate) apparirebbero gratuite, come già allo stesso Newton si mostrava a volte gratuita la sua propria Gravitazione Universale, della quale egli infatti intendeva cercare le cause.

Di conseguenza la ricerca non creazionista, pur in presenza di una Teoria Universale, sarebbe costretta ad indagare sulle cause delle leggi universali poste a base della Teoria e così ad infinitum.

In ogni caso resterebbe da spiegare soprattutto l’infinita molteplicità delle configurazioni compatibili, che implica il suo intrinseco distacco dalla realtà, cioè la sua attitudine ad investigare piuttosto il proprio possibile che il reale così com’è: scopriremo che il baratro è incolmabile, in quanto deve essere fatto risalire alla dicotomia (che mostreremo non risolubile) tra Razionale e Reale.

Come il lettore vedrà, un minimo retrogusto creazionista non si potrà eliminare; ma non è certo un creazionismo tribale: lo definirei piuttosto creazionismo gödeliano.

UN TENTATIVO DI GENERALIZZAZIONE

Uno studioso non specializzato che si lasci sedurre dall’ambizione di risolvere il conflitto tra Relatività e Quantistica si volge, per istinto, a cercare qualche forma di generalizzazione della quale ciascuna delle due dottrine sia un caso particolare o, almeno, un’approssimazione.

La Teoria della Relatività Generale è un capolavoro intellettuale ed estetico alla cui generalizzazione si aprono gli infiniti percorsi della Geometria.

Per parte sua la Meccanica Quantistica è anch’essa densa di forza intellettuale, ma non appare esteticamente soddisfacente: attualmente ha la forma di ciò che chiameremo una teoria interpolante o interpolare, onusta di epicicli, fatta più o meno ad hoc per spiegare i fatti sperimentali ma priva di un principio ispiratore semplice.

La mia deformazione professionale (contratta nei vari decenni di lavoro trascorsi a costruire linguaggi estremali per le macchine) mi ha indotto ad essere pessimista – ex post saggiamente – intorno alla possibilità di risolvere la questione, cioè di trovare la giusta generalizzazione, per via geometrica.

Fatto prudente dalle dure fatiche già attraversate per altro scopo, non ho osato affrontare il versante geometrico dell’impresa: se anche le mie capacità mi avessero concesso di approdare a qualcosa, troppo grande era la paura di produrre piuttosto una parodia che una generalizzazione della Teoria della Relatività.

L’abitudine e l’attitudine hanno convogliato le mie riflessioni verso una direzione profondamente diversa, quasi diametralmente opposta, additatami dall’assuefazione a cercare, dappertutto, minimi e massimi.

Anche in questo caso ho inseguito una visione estremale della generalizzazione, che consiste nel tentativo di identificare la forma più ampia possibile che le teorie fisiche possano assumere, della quale le due Teorie in esame (e tutte le altre passate e, prevedibilmente, future) siano casi particolari.

Naturalmente due teorie mutuamente incompatibili non possono essere (validamente) casi particolari di un’altra più generale, ma l’una o l’altra o entrambe possono esserne riconosciute, al più, approssimazioni.

La ricerca della più generale tra le possibili generalizzazioni, oltre la quale la mia mente non riesce ad intravedere passi ulteriori, si conclude con l’affermazione che le percezioni, osservazioni, misurazioni appartenenti a qualsivoglia dottrina fisica si riconducono sempre a proposizioni.

Un siffatto risultato appare immediato, ovvio, sostanzialmente banale, e pertanto ozioso; e così per molti anni io stesso ho creduto che fosse.

Le novità sorgono non appena si cominci a tentare la formalizzazione di un così elementare enunciato; ho scoperto molto tardivamente che ciò equivarrebbe a risolvere il sesto problema di Hilbert, ma in un senso radicalmente divergente rispetto al pensiero di chi lo ha formulato.

Dovremmo cominciare con il dare definizioni formali ed accettabili di Fisica, Osservatore, Fenomeno, Percezione, Linguaggio, Espressione, Comunicazione.

Questi non sono (come qualcuno potrebbe azzardare) problemi puramente filosofici, all’esterno dei quali è possibilissimo sviluppare, del tutto indipendentemente, la Fisica (sperimentale): sono le questioni matematiche di base alle quali deve far fronte qualsiasi affermazione di natura fisica; e la presente trattazione è un discorso di Fisica, non di Filosofia (che pure nacque come Fisica, sebbene adesso nessuno rammenti).

Formulare le dette definizioni, sotto molti aspetti, è proibitivamente difficile e coincide, forse, con l’intero sviluppo della Fisica.

Anzi la tesi di fondo di questo scritto è che esse, con la sola postulazione di una parte finita dell’Aritmetica, siano necessarie e sufficienti per l’edificazione dell’intera Scienza Fisica, non soltanto del Possibile ma soprattutto del Reale, senza che si debba chiedere l’intervento di alcuna legge di natura.

In accordo (ma, contemporaneamente, in contrasto) con il pensiero di Kant, la nostra indagine mostrerà, ed in qualche punto dimostrerà, che la Fisica è una scienza sintetica a priori, tanto quanto l’Aritmetica.

Per il completo sviluppo della dottrina mancano purtroppo uno o due anelli fondamentali, i quali consistono (se si vuol esser brevi) nello sconfiggere nomi e verbi in maniera appropriata, ossia nel ricondurre all’aritmetica pura quelli che abbiano carattere primitivo.

Per il mio temperamento non avrei pubblicato nulla senza aver prima completato la struttura: se non fosse l’età avanzata, che agita sempre più da vicino la prospettiva della morte, e mi impone prudenza.

Potrebbe forse essere un male che certe impostazioni vadano perdute soltanto perché incomplete, poiché non è dato sapere quanto tempo potrebbe essere richiesto per ricostruirle – osservato che siamo in ritardo di almeno 2500 anni rispetto alle prime formulazioni delle tesi-chiave.

Dunque il risultato che segue è parziale, ma contiene elementi decisivi.

Lungo il percorso troveremo una risposta soddisfacente – qualcuno dirà soltanto plausibile – ad una domanda cruciale: “perché la Fisica, in qualsiasi modo la si voglia studiare, è complicata?”

La nostra indagine è un embrione, e per ora non andrà lontanissimo; ma già ai primi passi, quando ancora ci si muove sul terreno dell’ovvietà, comincia una serie di notevoli sorprese.

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