PRE-FORMALIZZAZIONE DELLA FISICA

Lo sforzo di formalizzazione si presenta molto gravoso, perché i normali enunciati della Fisica dovranno essere trasformati in qualcos’altro, qualcosa di intrinsecamente oggettivo; così da indurre a pensare che non sarà portato agevolmente a compimento.

Tuttavia, un risultato parziale non sarà un lavoro vano, poiché una corretta formalizzazione è il presupposto comune a ogni dottrina fisica che sia ragionevole costruire o anche soltanto immaginare (se si vuole che posi su basi solide); e ciò che sarà stato conquistato non potrà andar perduto in nessun caso.

Le definizioni che tenteremo di costruire faranno, almeno all’inizio, da base algebrica allo sviluppo del ragionamento; esse non debbono essere circolari e non debbono fare riferimento a concetti che non sappiamo spiegare.

Dalle nostre definizioni dovranno essere bandite del tutto quelle entità che chiamiamo Categorie della Fisica, ossia Tempo, Spazio, Materia, Energia, Forze, Causalità, Campi…; i quali concetti – e non soltanto il Tempo – debbono essere immaginati tutti, secondo una luminosa espressione, come “illusioni”.

Il lettore può provare a pensare come sia possibile enunciare anche qualcosa di estremamente semplice, come il primo principio della dinamica, in un simile contesto: ma naturalmente non è ciò che si deve fare.

Dovremo necessariamente ritrovare le Categorie della Fisica come ricaduta della ricerca, dopo aver compreso a che cosa di oggettivo esse corrispondono, che cosa approssimano ed attraverso quali trasformazioni; ma non sarà semplice: sarà come tornare al proprio punto di partenza dalla direzione opposta, dopo aver percorso l’orbita intera di una cometa.

Alla formalizzazione effettiva deve necessariamente precedere, stante l’estrema debolezza delle mie forze, una formalizzazione “leggera” che avvicini, senza raggiungerla, la soluzione.

CHE COSA DEFINIRE

Ciò che dovrebbe essere definito, elencato senza ordine, consiste di Fisica, Osservatore, Fenomeno, Percezione, Linguaggio, Espressione, Comunicazione.

In un Sistema proposizionale il punto di partenza, inevitabilmente, deve essere il linguaggio: il quale anzi, nello studio profondo, dove nasceranno le difficoltà, diventerà l’incognita.

Il linguaggio è l’apparato formale (ed in parte semantico) che governa la costruzione delle proposizioni ciascuna delle quali, dunque, appartiene ad un linguaggio definito; un linguaggio può essere più o meno rigoroso, e da tale livello di rigore dipende la distinzione tra semplice percezione ed osservazione e dunque la definizione del perimetro o dominio della Fisica.

Fissato il detto perimetro, diremo che una proposizione è esprimibile quando soddisfa ai requisiti di rigore stabiliti.

Ogni osservatore ha il suo linguaggio, e pertanto egli assegna “nomi” ed articola “verbi” secondo leggi che non è il momento di investigare; la definizione dei “nomi” presenta difficoltà molto gravi che debbono essere risolte: se un nome è definito attraverso altri nomi o verbi, questi chiedono a loro volta una definizione, ed il problema rischia di diventare ciclico; se è definito soltanto attraverso proprietà formali, anche queste debbono essere definite.

Se non si spezza un siffatto circolo vizioso, non è possibile parlare, in senso scientifico, di Fisica.

L’assegnazione dei “nomi” è guidata da “concetti” ai cui fenomeni il linguaggio postula che corrisponda “una cosa in sé”.

I concetti non sono esclusivi degli uomini: gli animali, per esempio, ne posseggono molti perfettamente e sanno riconoscere la leoninità del leone o l’acquità dell’acqua; essi non assegnano nomi, ma talvolta li intendono agevolmente ascoltando le parole degli uomini.

Poiché ogni osservatore ha il suo linguaggio, che rappresenta a tutti gli effetti il suo proprio “sistema di riferimento”, parleremo di linguaggio soggettivo: due osservatori hanno un’esperienza in comune quando esiste una traduzione di essa da un linguaggio all’altro.

Per esempio se l’osservatore A dice che il monte X è a destra del monte Y, e l’osservatore B sostiene l’esatto contrario, noi siamo assuefatti ad attribuire il fatto alla soggettività del concetto di destra; la soggettività si trasforma poi in relatività non appena riusciamo a ricondurre il concetto di destra a qualcosa di comune ai due osservatori (per esempio la direzione dei punti cardinali).

Più complessa è la condizione nella quale l’osservatore A dà un nome a qualcosa che l’osservatore B non riesce a nominare; questo sarà l’ambiente nel quale dovremo inoltrarci.

Per momento, sebbene ciò non sia evidentemente sostenibile, possiamo ipotizzare che il linguaggio soggettivo coincida con il linguaggio comune e che le traduzioni delle proposizioni avvengano senza cambiamento di linguaggio.

Unificheremo (per momento) Fenomeno e Percezione, riducendoli entrambi ad una proposizione soggettiva; senza porre, inizialmente, alcun limite alla forma ed al contenuto della proposizione.

La definizione di Percezione richiederebbe senza dubbio una qualche connotazione del soggetto percipiente, e dunque una certa definizione di “coscienza”, argomento che è già difficilissimo quando si tenta di affrontarlo a proposito delle macchine ed è addirittura scoraggiante quando si indaga su strutture molto più complesse.

La capacità di reagire non è una soluzione; anche gli oggetti meccanici reagiscono alle sollecitazioni esterne (come minimo, per il terzo principio della dinamica); anche i corsi d’acqua si adeguano con mirabile perizia ed ingegno alle modifiche loro imposte; molte macchine hanno reazioni intelligenti ed articolate, spesso ad un livello di gran lunga superiore alle equivalenti capacità umane, senza che si possa ragionevolmente parlare di “coscienza” né, invero, di intelligenza.

Dovremmo cercare qualcosa posta nei dintorni della percezione di sé e della “volontà”, e cercare una struttura finita capace in qualche misura di percepire sé stessa contemporaneamente come percipiente e come percepita; forse è saggio attenersi alla formula originaria di Anassimandro[1], e parlare della coscienza come di una partizione tra interno ed esterno del soggetto.

Anche queste sono questioni che (se si vuole una dottrina “compiuta”) prima o poi dovranno essere risolte compiutamente, perché la definizione di coscienza stabilisce l’ampiezza e la profondità del campo di applicazione della Fisica e di svariate altre scienze.

Per momento ci dovremo accontentare di un approccio “algebrico” che indichi alcune proprietà formali, all’ombra delle quali si potrà operare; ciò sarà comunque sufficiente per andare alquanto lontano.

Per momento definiremo l’Osservatore come una collezione di proposizioni soggettive, divise tra interne ed esterne; i legami logici tra tali proposizioni, posto che esistano e sia possibile formalizzarli, sarebbero la cosiddetta unità del soggetto.

Diremo che una proposizione è Comunicabile quando essa può essere tradotta nel linguaggio soggettivo di altri Osservatori e la traduzione coincide con una corrispondente osservazione di costoro.

A differenza dell’ambiente tradizionale, non tutte le osservazioni possono essere comunicate a tutti gli osservatori, né formulate nel loro linguaggio, né condivise, ma ogni osservazione ha uno spettro.

Definiremo la Fisica come l’insieme di tutte le proposizioni esprimibili e comunicabili, ciascuna nell’ambito del suo spettro, con l’aggiunta di requisiti di rigore atti a serrare il confine tra esperienze puramente soggettive (estetiche, morali, emozionali…) e le esperienze cui si vuole attribuire un grado di oggettività sufficiente perché le si riconosca appartenenti alla Fisica.

Da questo minimo abbozzo di definizione della Fisica appare evidente che l’oggetto fondamentale del nostro studio sarà l’osservatore, del quale l’osservato, dal punto di vista logico, appare un sottoprodotto: le leggi della Fisica, dunque, se esistono e come esistono, sono leggi dell’osservatore, di natura strettamente aritmetica perché di natura strettamente aritmetica sono tutti i linguaggi.

Dobbiamo abbandonare del tutto l’antica idea, cui ancora inconsciamente siamo fedeli, che gli uomini sono del tutto esterni ed estranei alla Fisica; ovvero che la Fisica è quella che è, di fatto, indipendentemente dagli uomini.

La Fisica non è la scienza della Natura, ma la scienza della nostra percezione della natura, espressa in maniera tale da essere comunicata e condivisa: come è evidente, questo è un campo nel quale regnano molto più saldamente gli antichi filosofi che i moderni scienziati.

Il più gran merito di Galileo Galilei è stato di serrare quasi violentemente il diaframma che si interpone tra il nostro sguardo e la realtà circostante: ciò ha costretto molte immagini, prima sfocate, a farsi definite, e ne ha permesso l’indagine; tuttavia un diaframma tanto stretto sottrae troppa luce alla nostra visione, e mette in ombra molte cose.

In apparente contrasto con quanto detto in queste stesse righe, l’analisi ci mostrerà che l’impostazione idealistica (l’oggetto reale è l’osservatore) e la corrispondente impostazione materialistica (l’osservatore è una parte dell’osservato) sono potenzialmente soggette ad una stretta dualità, e possono essere (con regole e forme opportune) scambiate.

DISCUSSIONE

Le definizioni semplicistiche appena enunciate dovranno essere riformulate con precisione, in quanto possibile.

Ma prima può essere utile una breve discussione perché, pur espresse così trasandatamente, esse non sono prive di conseguenze.

L’affermazione sulla quale si regge l’intera nostra ricerca è che tutte le proposizioni che possono fare oggetto di studio (indipendentemente dal linguaggio cui ciascuna appartiene, dal contenuto e dal criterio di misura adottato) saranno di lunghezza finita, anzi limitata; questo è il solo dato sperimentale che abbiamo bisogno di introdurre nel ragionamento.

Quale sia il limite L della lunghezza delle proposizioni accessibili (che chiamiamo così, in opposizione alle proposizioni di lunghezza superiore, che chiamiamo inaccessibili – o anche, talvolta, indicibili o ineffabili – delle quali per definizione non possiamo fare alcun esempio) non è rilevante (in prima approssimazione).

Possiamo supporre che la più lunga di esse possa essere letta nel corso dell’intera vita di un uomo longevo, o possa essere scritta per intero sulla totalità delle particelle elementari presenti sulla Terra, ciascuna usata come una cifra binaria, o sia ancora più lunga, o meno.

Ciò che rileva è soltanto l’ammissione, o il rifiuto, dell’esistenza di un limite alla lunghezza delle proposizioni, come dato empirico insuperabile.

Se qualcuno mette in dubbio questo fatto sperimentale dovrebbe, secondo l’uso, argomentare contro il fatto stesso fino a negarlo o almeno produrre un’esperienza in contrario; se così non è, possiamo dare il fatto per acquisito, e proseguire nel nostro esame.

Chi non comprende questo ragionamento, o non l’accetta[2], non dovrebbe continuare a leggere questa nota, perché la presenza di un limite alla lunghezza delle proposizioni è il fondamento di tutto ciò che segue.

La prima conseguenza è che non tutti i numeri hanno un nome, né posseggono perifrasi atte a designarli nell’ambito delle proposizioni accessibili; quindi l’aritmetica accessibile[3], composta dei numeri accessibili, è finita: essa è un’isola finita nel mare infinito dell’aritmetica teorica.

Su base filosofica possiamo dire, come diremo, che l’aritmetica accessibile è un frammento staccatosi spontaneamente dall’apeiron[4], il quale distacco possiamo forse considerare come l’equivalente logico (acorico ed acronico) delle creazioni primordiali raccontate dalle mitologie.

È molto probabile che dovremo accettarlo come dato di fatto, senza spiegazioni, per l’apparente impossibilità di andare oltre.

IL TEOREMA FONDAMENTALE DELLA FISICA

Al livello della Fisica, la conseguenza essenziale di un limite all’estensione delle proposizioni che descrivono i fatti sperimentali, è che possono esistere soltanto un numero finito di osservazioni ed un numero finito di osservatori e conseguentemente che anche l’osservato è finito.

La dimostrazione di questo enunciato deriva immediatamente dalla finitezza del numero di proposizioni esprimibili che possono esistere, e non dipende dalla struttura del linguaggio adottato e dal valore numerico del limite alla lunghezza delle proposizioni scritte in quel linguaggio.

Se volessimo trovare il numero effettivo delle osservazioni possibili incontreremmo considerevoli difficoltà, perché dovremmo prima identificare il linguaggio di riferimento e la sua notazione – alfabetica, ideografica, grafica, o altro – poi definire la regola di misurazione della lunghezza ed infine quantificare il numero L, che chiameremmo potere risolutivo o profondità dell’Universo (evidentemente l’universo delle nostre possibili conoscenze).

Ma siccome a noi interessa la semplice contrapposizione finito/infinito, possiamo agevolmente riconoscere che le combinazioni di un numero finito di oggetti sono esse stesse in numero finito, e rimandare la quantificazione ad uno studio futuro, che sia successivo alla definizione dei linguaggi (i quali filtrano, tra tutte le combinazioni possibili dell’alfabeto del linguaggio, quelle ammissibili) e del criterio di misura della lunghezza.

Per l’importanza che esso riveste, propongo di chiamare “Teorema Fondamentale della Fisica” la proposizione appena dimostrata, il cui enunciato è dunque: “In presenza di un limite all’estensione delle proposizioni che esprimono le osservazioni, possono esistere soltanto un numero finito di osservazioni ed un numero finito di osservatori e conseguentemente l’osservato è finito e discreto”.

L’enunciato, nei suoi termini essenziali, è autodimostrativo e costituisce un esempio compatto di ciò che si chiama una tautologia; come il lettore dovrebbe sapere, tutte le dimostrazioni matematiche sono tautologie, ma ciò è più o meno visibile a seconda della complessità o anche della mera dimensione verbale della dimostrazione.

L’evidenza della tautologia non indebolisce ma rafforza il Teorema, perché la potenziale presenza di qualcuno di quei vizi di ragionamento che sin troppo facilmente possono annidarsi in una lunga dimostrazione diviene proporzionalmente meno probabile.

Il medesimo enunciato si mostra idoneo ad evidenziare una delle innate debolezze della nostra capacità di pensiero: quella di accettare contemporaneamente due affermazioni incompatibili, ciò che ha fatto e fa, non soltanto in Fisica, la fortuna di molti.

Da una parte noi troviamo ovvio che non possono sussistere frasi di lunghezza insostenibile, dall’altra consideriamo altrettanto ovvio che tra due esperienze quanto si voglia vicine, o nello spazio o nel tempo o per sistema di riferimento, ce ne siamo infinite altre (e, per di più, infinite di una infinità non numerabile): tra le due ovvietà c’è di mezzo una contraddizione, eppure la nostra mente, salva specifica analisi, non la ravvisa e dà facilmente per ovvia l’una e l’altra cosa.

CONSEGUENZE DEL TEOREMA

La prima conseguenza del Teorema è che la Fisica è quantistica a priori[5], senza che sia necessario alcun esperimento di laboratorio, né nient’altro che non sia la struttura strettamente finitistica del nostro apparato conoscitivo e del nostro linguaggio; ma invero i suoi quanti sono incomparabilmente più piccoli di quelli ai quali siamo abituati.

Dalle nostre definizioni emerge un’altra conseguenza del tutto inattesa e sorprendente: le due Teorie dalle quali siamo partiti, la Relatività Generale e la Meccanica Quantistica, legate indissolubilmente all’analisi infinitesimale e ad una qualche topologia del substrato, non sono esprimibili: cioè i loro enunciati non possono essere formalizzati in proposizioni di forma rigorosa e di lunghezza limitata.

Pertanto esse non possono descrivere compiutamente la realtà, neanche sotto la forma di vincoli; sono teorie matematiche ma non fisiche.

Naturalmente si può sempre ricusare il modello proposizionale finito e credere fideisticamente che le esperienze della Fisica debbano essere tutte non esprimibili.

Non sarà possibile evitare, a suo luogo, una discussione accurata di un fatto così importante, che deve essere approfondito sotto ogni aspetto: tuttavia quanto appena detto non ha carattere di opinione ma è una dimostrazione, e discende inesorabilmente dalla semplice constatazione del carattere finitistico di ogni possibile conoscenza fisica.

La dimostrazione data sopra potrà essere sviluppata in forma meno stringata, ma non v’è dubbio che l’apparato formale delle due Teorie presuppone un osservatore intrinsecamente infinito, che a noi sfugge al punto da non saper indicare se sia almeno concettualmente possibile, come sono concettualmente ma non fisicamente possibili proposizioni di lunghezza arbitraria o addirittura infinita.

Forse ciò che soprattutto sarebbe necessario rinormalizzare è l’osservatore.

Altrettanto deve dirsi della non fisicità di ogni struttura di pensiero che – in qualsiasi modo – presupponga intrinsecamente un continuum o qualsiasi altro infinito, anche numerabile; su questo tema, nell’ambito delle speculazioni puramente matematiche, il lettore accurato può fare riferimento, ad esempio, a Kronecker (per questioni profondissimamente diverse, ma comparabili).

L’infinito – nonostante la sua ammaliante bellezza – è sempre stato un nido di contraddizioni e di paradossi, nel quale non è dato avventurarci senza perdere la nozione della realtà.

Ciò non significa che le grandi costruzioni matematiche, a partire dall’analisi infinitesimale, siano contraddittorie o comunque non siano valide: significa soltanto che esse sono in contraddizione con l’esperienza, tanto quanto le figure ideali di Platone sono antitetiche agli oggetti concreti.

Le costruzioni infinitistiche, o le idee, non sono in conflitto con il pensiero umano astratto, ma con la realtà sperimentabile, la quale esse non possono descrivere appropriatamente, proprio in quanto manca loro il carisma dell’esistenza.

L’infinito, se è lecita una metafora, non concede alle cose la possibilità di addensarsi; ad ogni possibile tentativo di farsi reali, esso appresta sempre un gran numero di vie di fuga.

Attorno all’aritmetica accessibile possiamo vedere distintamente, tracciato con mano ferma dalla “rerum natura”, il percorso della linea di frontiera tra Razionale e Reale[6].

Il conflitto Razionale-Reale è stato anticipato 25 secoli fa (e può essere tuttora simbolizzato) dall’orrore dei Pitagorici quando vennero a contatto con la radice quadrata di due, entità matematica ma non fisica.

ULTERIORI CONSEGUENZE

La finitezza della realtà conoscibile (ossia della Fisica) porta con sé altre conseguenze che non possono essere agevolmente comprese – neanche da chi scrive – né tanto meno valutate compiutamente; ma il loro passaggio sotto silenzio sarebbe lacuna: a causa della loro importanza è opportuno che siano sfiorate già in questa fase introduttiva.

Le conseguenze della finitezza della Fisica sono molte, e per lo più allo stato presente delle cose sono molto oscure; ma tre di esse, ancorché non chiare, debbono essere segnalate sin dall’inizio per il loro carattere fondamentale.

NATURA ARITMETICA DELL’OSSERVATORE

Supponiamo di essere riusciti a dare una definizione esatta di Coscienza e, attraverso questa, di Osservatore; il ragionamento che faremo opererebbe anche se la definizione non fosse propriamente esatta, ma fosse tale da soddisfare ad opportuni requisiti: tuttavia, se supponiamo esatta la definizione, la discussione sarà più semplice.

Ogni osservatore corrisponde ad un certo complesso di proposizioni, rigorose e formalizzate, legate logicamente tra loro dall’unità del soggetto, e tali da soddisfare alla definizione di “coscienza”.

Tecnicamente, se conosciamo il linguaggio nel quale le proposizioni sono espresse e la nostra definizione di Coscienza è sufficientemente ampia da contenere l’Uomo, ogni osservatore umano può essere ricondotto (con procedimenti complessi) ad una struttura appartenente all’aritmetica, anzi all’aritmetica accessibile.

Ma l’aritmetica è un mondo nel quale, contro la seconda tesi di Gorgia, non c’è distinzione tra possibile ed esistente, e ciò che è pensabile esiste senz’altro, al di fuori ed al di sopra di qualsiasi concetto di tempo e di spazio; come è ben noto e (per quel che io sappia) universalmente ammesso, chi inventa qualcosa in aritmetica in realtà lo scopre.

Di conseguenza, in un mondo finito, possiamo cercare, anche per semplice enumerazione, tutti gli osservatori che soddisfano alle condizioni poste ossia, secondo le nostre definizioni, tutti gli osservatori che esistono nel senso aritmetico, dunque non temporale, dell’espressione.

Ciò equivale o ad una sorta di reductio ad absurdum della nostra possibilità di definire appropriatamente la “coscienza”, oppure a constatare che gli osservatori trovati, dei quali fanno parte certamente gli esseri umani reali (presenti, passati e futuri) sono singolarmente equivalenti (isomorfi) a strutture aritmetiche appartenenti all’aritmetica accessibile, e dunque sono definiti individualmente (e stabili) al di fuori dello spazio e del tempo: o non si può definire la “coscienza” oppure in un mondo finito gli osservatori reali, uno per uno, non sono contingenti.

In altre parole se siamo in grado di identificare gli osservatori come oggetti di natura aritmetica, essi – come tutte le entità aritmetiche – esistono individualmente in proprio, al di fuori dello spazio e del tempo, per così dire ab aeterno.

Quando io dico “cogito ergo sum” non affermo soltanto la mia esistenza empirica: dico che esiste una mia propria immagine individuale nell’aritmetica e pertanto io “sono” e non semplicemente “esisto”.

Per dare consistenza matematica – e dunque dimostrabilità – a queste enunciazioni, occorre soltanto una definizione indiscutibile di “coscienza” (una res cogitans linguistico-aritmetica) in aggiunta alla constatazione della finitezza della realtà conoscibile.

Bisogna notare, come si accennerà più avanti, che la finitezza del nostro apparato conoscitivo conferisce significatività e decidibilità a molti enunciati che sono stati sinora esclusivamente filosofici, e dunque evanescenti.

Lungo il cammino imposto dalla costruzione di questa teoria ci imbattiamo frequentemente in molti filosofi, come se questi aspettassero ai margini della strada: i nostri metodi aritmetici ci danno, talvolta, la possibilità di formalizzare alcuni importanti enunciati e, talaltra, di decidere la questione.

Tutto ciò equivale ad un estremo ampliamento del campo di applicazione della Fisica, in un contesto di rigore molto maggiore; ed è la linea di percorso da seguire ai fini della conoscenza profonda.

Ma è evidente che occorre innanzi tutto una prova materiale di questo genere di Fisica, poiché il Teorema Fondamentale dimostrato sopra, che tuttavia è una prova materiale decisiva, è considerato insufficiente, non teoricamente ma psicologicamente, persino da me stesso (come previsto da Galileo stesso nella citazione d’epigrafe).

Qualcuno potrebbe pensare – nello stile dei testi religiosi – che se l’osservatore è strettamente equivalente ad una struttura aritmetica determinata, ogni minimo dettaglio di ogni singolo osservatore “sta scritto” nella sua traccia aritmetica.

Ma una siffatta espressione presuppone il tempo, e pertanto è manifestamente estranea all’aritmetica: non appare molto sensato sostenere che l’intera aritmetica “sta scritta” altrove.

Del resto tutti accettano senza particolare ritrosia che ogni cosa passata “stia scritta” nel passato e noi, se vogliamo, possiamo considerare l’intera aritmetica – con il medesimo grado di improprietà – sia come “passato assoluto”, sia come “presente”, sia come “futuro assoluto”.

Fin quando non saremo in grado di estrarre il “tempo” o lo “spazio” da una struttura aritmetica in grado di rappresentare compiutamente un osservatore umano qualsiasi predicazione attorno al tempo ed allo spazio non ha significato, e la prova materiale desiderata sopra non arriverà.

Ma quando lo avremo estratto ritroveremo, forse rapidamente, la forma corretta dell’intera Fisica contemporanea e la natura profonda di tutte le altre Categorie della Fisica.

Allora avremo chiuso un importantissimo capitolo e potremo dare inizio alla ricerca vera e propria.

Dobbiamo sottolineare che non ha senso affermare che le cose stiano effettivamente come si è detto; per noi l’aritmetica (come gli acceleratori di particelle, i telescopi e gli occhiali blu di Kant) è uno strumento di osservazione e se noi guardiamo attraverso l’aritmetica vediamo soltanto aritmetica.

Ma, a differenza degli acceleratori e dei telescopi, essa è uno strumento di osservazione del quale non possiamo liberarci e dal quale non possiamo emanciparci; in questo senso la nostra visione attraverso l’aritmetica (finita) è assoluta.

STUDIO DEL REALE, NON DEL POSSIBILE

La scienza fisica tradizionale esprime le sue leggi sotto forma di vincoli: a partire da qualsiasi configurazione lecita il mondo – e persino una piccola parte del mondo – può evolversi in molti modi diversi, purché le dette leggi siano rispettate.

Possiamo immaginare una qualsiasi configurazione iniziale compatibile con le leggi della Fisica ordinaria, ma essa è – sempre – una costruzione puramente fantastica, che non esiste, come non esistono – e inoltre non convergono – le successive tappe della sua evoluzione; c’è un distacco assoluto tra le costruzioni della Fisica e le entità reali, e le condizioni di esprimibilità insoddisfatte aggravano il divario.

Naturalmente la cosa, qui, non può essere discussa appropriatamente: ad essa è destinato un capitolo apposito.

Quando invece ipotizziamo (e non si dimentichi che a ciò siamo costretti dal Teorema dimostrato sopra) una Fisica finita a fondamento aritmetico finito le cose cambiano: tutto ciò che possiamo immaginare possibile, come avviene in aritmetica, esiste; se riuscissimo a formulare leggi esse sarebbero leggi dell’Esistente, non del Possibile.

Ad esempio quando in aritmetica (teorica) parliamo di numeri primi, non possiamo pensare talvolta a certi numeri, talvolta ad altri: i numeri primi sono quelli, ed il Teorema dei Numeri Primi si applica ad essi, e non ad altro; a maggior ragione, per la finitezza dell’ambiente, troviamo cose simili in aritmetica accessibile.

Nel nostro modello la Realtà si presenta già al livello teorico come una, e determinata, e finita: ed in effetti tale ci appare nella vita di ogni giorno.

Determinata forse fino al più piccolo livello, fino ai limiti numerici della nostra conoscenza: in questo caso le ordinarie indeterminazioni quantistiche, proporzionalmente grandissime, dovrebbero essere attribuite al carattere intrinsecamente macroscopico delle grandezze che si vorrebbero misurare – spazio e tempo soprattutto.

Determinata non significa, ovviamente, deterministica, perché quest’ultimo termine implica le Categorie della Fisica, tra le quali tempo e causalità, che sono estranee all’aritmetica.

LEGAMI LOGICI TRA PROPOSIZIONI

Quando noi definiamo l’osservatore come una collezione di proposizioni, e la Fisica come l’insieme organizzato di tutte le proposizioni di tutti gli osservatori, non dobbiamo immaginare che le nostre proposizioni siano casuali e slegate, come non sono affatto casuali e slegati i numeri accessibili o i numeri primi accessibili, ma sono tutti e solo quelli che sono.

Tutte le proposizioni appartenenti ad un osservatore, indipendentemente dal loro grado di rigore, cioè dal genere di esperienza che esse esprimono (emotiva, estetica, fisica) hanno in comune l’appartenenza alla medesima “coscienza”, quale che sia la definizione che si riuscirà a darne.

Una volta che tali collezioni di proposizioni saranno depurate, ossia private di quanto c’è di arbitrario nei nomi e nei verbi (che sono il più forte punto di resistenza alla comprensione della realtà) esse si potranno esprimere in un linguaggio assoluto, il quale descriverebbe ancora le medesime osservazioni, legate ancora alla soggettività dell’osservatore, ma prive di tutte le distorsioni da esso introdotte.

Le proposizioni della Fisica depurate saranno, una per una, molto complesse ed apparterranno a strutture aritmetiche ancora più complesse: per conoscerle si incontreranno difficoltà non analitiche ma aritmetiche.

Chi ha avuto contatto con i grandissimi ostacoli che questioni aritmetiche dall’enunciato semplice (come il Teorema di Fermat, o la decomposizione in fattori primi di un numero di qualche centinaio di cifre) possono opporre a chi indaga, non troverà improbabile che in molti casi l’indagine si arresterà dinanzi a muraglie insormontabili, in assenza delle quali noi potremmo conoscere ogni cosa.

Tuttavia, nonostante il finito sia molto più difficile da dominare dell’infinito, fissata la struttura delle proposizioni assolute potremo ricevere dalle stesse definizioni che abbiamo dato numerose informazioni, in particolare se le collezioni di proposizioni che studiamo abbiano necessariamente qualche struttura nucleare semplice, ossia una sorta di baricentro attorno al quale ruotino.

Uno degli aspetti più importanti – anche ai fini delle applicazioni, per ora puramente immaginarie – è l’esistenza di possibili legami logici tra proposizioni, anche di natura semplicemente formale, tali che si possa dimostrare che l’osservazione X di un certo soggetto A è collegata (logicamente) all’osservazione Y di un certo soggetto B.

Trovare singolarmente una siffatta connessione è, generalmente, proibitivo, stante la complessità del linguaggio e della sua formalizzazione aritmetica; ma dimostrare che le connessioni esistano, e persino contarle, ed indicare le più brevi, non dovrebbe opporre difficoltà insuperabili, una volta definito il linguaggio incognito.

La massa di legami logici tra proposizioni così delineata – se esistesse – sarebbe probabilmente molto più numerosa dei fatti stessi e costituirebbe il vero tessuto connettivo della realtà, fittissimo, definito al di fuori delle Categorie della Fisica, e del tutto eterogeneo rispetto all’ordinaria Causalità la quale richiede almeno lo Spazio ed il Tempo e, occorre ripeterlo, molto verisimilmente è un’illusione.

Tali connessioni tra fatti apparentemente sconnessi tra loro, e privi di legami causali, a noi apparirebbero come “coincidenze”.

CONCLUSIONE

Occorre rammentare che la Fisica non è fatta per descrivere il Mondo come è (espressione priva di senso) ma come esso è per gli uomini; possiamo tentare di immaginare che qualcuno elimini tutti gli uomini dal mondo, e immaginare come esso apparirebbe (a noi) dopo l’eliminazione: ma non come sarebbe un mondo senza nihil humanum, come esso apparirebbe senza nessuno cui appaia.

Potremmo immaginare facilmente un osservatore non umano che, tuttavia, osservasse con criteri compatibili con quelli umani.

Se invece esistano osservatori non umani, i quali osservino assolutamente al di fuori di ogni criterio umano, potremmo forse al limite arrivare a saperlo, in qualche caso particolare: ma se e come essi vedano le cose, e quali cose vedano, soggettivamente o oggettivamente, è inconoscibile per definizione.

Immaginare che altri vedano le stesse stelle, pianeti, molecole, atomi, evoluzione è un’altra forma di geocentrismo, il quale è sempre versatissimo nel rientrare insensibilmente; non ci è dato sapere – salvo prova in contrario – neanche se gli altri abbiano la medesima aritmetica.

L’edificio della nostra Fisica contemporanea, sviluppato a partire da Galileo, è mirabile, e senza le nostre menti sarebbero immerse nella tenebra; soltanto la potenza della sua mole ci fa possibile sognare di muovere passi in avanti.

Ma dobbiamo vestirci di modestia, ed ammettere che la meravigliosa costruzione non ha un basamento adeguato: se veramente desideriamo scendere verso il fondo della natura delle cose, dobbiamo tornare a bussare a porte antiche, sorvegliate da figure venerate: Anassimandro, Protagora, Gorgia, Pitagora e, per una questione fondamentale, Platone.

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[1] Il pensiero di Anassimandro (un secolo prima di Parmenide e due prima di Aristotele) è cruciale ai fini di qualsiasi discorso scientifico antico e moderno: l’atto con il quale le varie entità si separano dall’indistinto e pongono sé come “altro” esprime la formazione e l’autodeterminazione delle “coscienze” e determina l’esistenza e la “complessità” del mondo reale.

Si ritrova dopo qualche secolo, in forma assai meno generale e più esplicita, nella nota sentenza di Protagora.

La presente ricerca adombra (ma per momento non dimostra) che nell’Aritmetica (finita) esistono un numero finito di strutture finite a ciascuna delle quali possiamo attribuire la natura di coscienza; e pertanto la separazione dell’indistinto (con la conseguente genesi del tempo, dello spazio e delle loro implicazioni) è intrinseca nell’aritmetica.

[2] La vita di ogni giorno, in questa nostra epoca smarrita, la quale è dominata da ogni parte da fanatismi ed integralismi (ed in essa il regresso della Ragione è già stato avvistato da molti studiosi) ci dimostra che è possibilissimo sposare indissolubilmente opinioni con ogni evidenza false, e negare anche frontalmente qualsiasi efficacia alle argomentazioni razionali, probanti o non probanti, o anche soltanto ragionevoli.

[3] L’aritmetica accessibile non è una struttura “compatta” né “densa”: possono farne parte certi numeri, e non farne parte numeri molto meno grandi di questi; possono farne parte due numeri razionali ma non la loro media aritmetica; la frontiera, per la sua stessa definizione, è inaccessibile.

[4] Sarebbe determinante dimostrare che “la separazione dell’indistinto” è implicita nell’aritmetica teorica, e forse non è impossibile che si riesca; è persino possibile che la dimostrazione sia banale.

Il lettore non deve considerare marginale questa questione; essa rappresenta la riconduzione al limite di molte questioni cruciali, onnipresenti nella Storia della Filosofia.

[5] Ciò avrebbe certamente stupito Immanuel Kant, ma lo sforzo di cercare la verità si imbatte spesso in sorprese; tuttavia, i più veloci a riprendersi e a compiere ulteriori balzi in avanti, sono appunto i grandi studiosi.

[6] Una religione antica, credo mesopotamica (la quale per difetto di memoria non sono in grado di citare per nome) opponeva ad un principio creatore infinito un principio distruttore finito.

Qui l’analisi scientifica ci porta senza mitologia ad una conclusione molto simile, ma a parti invertite: l’infinito appare senza dubbio come un principio distruttore.

I mitografi hanno sempre potuto vantare in ogni campo intuizioni profondissime, ma il rischio di invertire le parti – ad esempio scambiare verità e menzogna, e predicarle per tali – è sempre incombente.