UN’IPOTESI DI FISICA NON GALILEIANA

 

Qualsiasi scrittore di Fisica vorrebbe pervenire alla sua dottrina per una strada agevole, non troppo distante dalla piacevolezza dei testi divulgativi, che sia facile ed avvincente per ogni lettore.

Un percorso non dissimile dagli innocenti tentativi primordiali dei Presocratici e nello stesso tempo più preciso della Scienza contemporanea e meno oppugnabile.

Ma si è costretti subito ad ammettere che la Fisica è costellata di difficoltà; qualsiasi itinerario, galileiano o non galileiano, è spezzato da ostacoli colossali, simili a quelli che nelle leggende gli dei seminavano sul cammino di coloro che volevano enervare.

L’onnipresenza delle difficoltà ci impone di porre subito alcune questioni fondamentali, che possono essere concentrate nelle seguenti domande.

QUESTIONI DI FISICA

A.   Perché la Fisica galileiana è “complicata”?

B.   È possibile formulare una Scienza fisica “semplice”?

C.   Dov’è la linea di confine tra Razionale e Reale?

D.   Perché (e fino a che punto) vediamo tutti lo stesso mondo?

PERCHÈ LA FISICA GALILEIANA È COMPLICATA?

L’argomentazione che segue non ha la forza logica di una dimostrazione e pertanto esprime una valutazione o forse soltanto un’opinione.

Il metodo galileiano è una tra le più gloriose conquiste che la mente umana abbia compiuto nell’intero corso della sua Storia; la reverenza e, meglio, la venerazione ad esso dovute non sono diminuite ma aumentate dal tentativo che qui si compie di dare inizio all’esplorazione di una terribile via alternativa.

Il metodo galileiano consiste nel cercare la semplicità direttamente nella natura, attraverso la rilevazione di ricorrenze cui si tenta di attribuire il rango di leggi; quando le leggi sono più d’una l’impegno si volge a trovarne una sintesi, cioè una legge di rango superiore che ne unifichi alcune.

La conferma positiva delle leggi non esiste, per la natura stessa del metodo; esiste invece la smentita di una legge, se un’esperienza qualsivoglia non la rispetta; e pertanto le leggi fisiche sono tutte provvisorie e debbono essere trattate come ipotesi.

Tuttavia le ricorrenze si trovano effettivamente, come esistono aree di quiete anche nei vortici più turbolenti; e quelle sinora trovate danno origine a leggi che appaiono poco meno che universali, le quali mostrano l’estrema fecondità della metodologia.

La cui stessa architettura, tuttavia, implica un forte dualismo (tipico della Fisica galileiana) che oppone la legge all’esperimento: quanto più semplice è il fenomeno investigato, tanto più complesso è l’apparato sperimentale necessario a studiarlo; un esempio canonico può essere l’impossibilità pratica di sperimentare il primo principio della dinamica persino nella formulazione puramente galileiana.

Vice versa, quanto più semplice l’apparato sperimentale, tanto più inestricabile è il complesso dei fenomeni che si sovrappongono ed interferiscono nel fenomeno osservato, ciò che fa della legge qualcosa di estraneo e per molti versi antitetico alla Natura.

Il dualismo è aggravato, e di molto, dall’essere caratterizzate, tutte le leggi formulate, dalla natura sostanzialmente differenziale della loro formulazione matematica, cosicché i loro effetti si sommano solo a livello infinitesimale, ciò che le lega strettamente all’infinito e le rende, in base a ciò che si è detto, inesprimibili.

Un apposito capitolo sarà dedicato all’esame di questo dualismo intrinseco della Fisica sperimentale, dal quale ricaveremo forse qualche insegnamento.

In conclusione le “complicazioni” della Fisica galileiana dipendono dalla detta estraneità tra legge e fenomeno, così che ogni osservazione deriva dalla sommazione e dall’interferenza di molti fenomeni, in parte correlati al fenomeno osservato, in parte indotti dall’apparato sperimentale, in parte conseguenza di effetti “esterni”.

Anche una Fisica astrattissima e distillata, extra-sperimentale, quale può essere la meccanica razionale, continua a presentarsi sommamente “complicata” perché il suo sviluppo deve necessariamente passare attraverso qualche continuum (e dunque l’infinito) e deve necessariamente “combinare” tra loro leggi eterogenee.

Ma una discussione più appropriata sarà affrontata a suo luogo.

È POSSIBILE COSTRUIRE UNA SCIENZA FISICA SEMPLICE?

Si potrebbe sperare che un’impostazione diversa dal metodo sperimentale, e per certi versi opposta, possa condurci alla formulazione di una Fisica intrinsecamente semplice.

Ma già il più profondo dei Presocratici antichi[1] si avvide che non si può fare, perché la separazione tra il soggetto ed il mondo esterno è artificiale, cosicché, posto che la Natura sia semplice, essa non può apparire semplice alla nostra visione, la quale – per la sua propria necessità interna di funzionare – non può essere se non contorta e farraginosa.

In qualsiasi forma ci sia concesso immaginare noi stessi – come aggregati di cellule, o di atomi, o di particelle o persino di proposizioni – siamo entità complesse, e se cerchiamo di andare al fondo delle cose intravediamo strutture ancora di gran lunga più complesse.

Pertanto la nostra maniera di analizzare e descrivere scientificamente la realtà – o anche, semplicemente, di percepirla – non può essere immediatamente semplice.

L’anabasi verso la conoscenza Fisica sarà soprattutto uno sforzo per dipanare le tortuosità introdotte dalla nostra stessa natura, la quale deve comunque avere il minimo di complessità necessario per poter porre sé stessa e percepire.

Sforzo che non è troppo lontano dall’esecuzione dell’antico precetto “gnothi sauton”.

Fisica non galileiana non significa anti-galileiana, perché comunque nessuna delle asserzioni derivanti dalla teoria potrà essere contraddetta dall’esperienza; ma in un simile contesto un’esperienza in contrario manifesterebbe un errore non d’ipotesi ma di sviluppo, oppure un vizio logico ancora più fondamentale.

Le difficoltà matematiche, rispetto alle dottrine fisiche correnti, aumentano; in cambio essa reca il vantaggio di non presupporre leggi positive di natura; in assenza di leggi proprie la natura è flessibile tanto quanto il soggetto che la osserva e pertanto, nelle possibili applicazioni, non si troverebbe mai alcuna strada sbarrata da leggi fisiche.

La Fisica non galileiana qui delineata non si fonda su strutture spazio-temporali afferenti a qualche forma di geometria (pertanto basate sull’analisi infinitesimale) ma su strutture logico-linguistiche trattate, almeno all’inizio, con metodi algebrici.

Esse sono sostenute, in sostanza, dall’aritmetica o, per meglio dire, da parti finite dell’aritmetica; ciò che apre alla speranza dell’emancipazione dai metodi algebrici.

Da quanto si è detto si può inferire che chi ha voluto continuare questa lettura non potrà aspettarsi nulla di dilettevole, come non sono dilettevoli le pietose esitazioni di un cieco lungo un sentiero ignoto.

DOV’È LA LINEA DI CONFINE TRA RAZIONALE E REALE?

Di ciò abbiamo già fatto cenno nel capitolo precedente: il pensiero razionale diventa antitetico alla realtà non appena, privo di curvatura com’esso è, estende sé stesso a qualcosa di troppo grande, sia esso finito oltre misura, oppure finito illimitato, o infinito numerabile o addirittura infinito non numerabile.

L’infinito, verosimilmente, è una semplificazione introdotta dal nostro intelletto per descrivere le cose troppo grandi o troppo piccole senza dover entrare nei dettagli, come molti popoli usavano introdurre il termine “mucchio” per designare le quantità superiori ad un certo limite pratico, semplicemente innumerevoli per i loro metodi di conteggio.

Nascono così le rette infinite, i punti senza dimensioni, le figure geometriche perfette, la serie dei numeri naturali.

Il confine della realtà sperimentabile dev’essere posto, per quanto ci attiene, attorno all’aritmetica accessibile, intesa quale serbatoio di strutture espressive compatibili con la nostra natura.

Non ignoro che quando saremo riusciti a dare una definizione non controversa di “coscienza” qualcuno avrà spazio per domandarsi, su basi saldamente scientifiche, se possa definirsi qualche tipo di “super-coscienza” che si estenda oltre la nostra aritmetica accessibile, o addirittura all’intera aritmetica, senza coincidere con l’apeiron.

Non so nulla intorno a ciò ma temo, intuitivamente, che le risposte a siffatti quesiti saranno o negative o trascendenti; “trascendenti” nel senso che essi superano (forse) i confini della nostra aritmetica accessibile e pertanto divengono costruzioni matematiche estranee alla (nostra) realtà.

Pensieri del genere, comunque, non sono che giochi mentali, qui accennati per indicare le molte strade di ricerca, aperte o cieche, che si aprono non appena si sia accettata la finitezza intrinseca della realtà; ma troppi passi debbono essere compiuti prima di affrontare credibilmente questioni simili.

Qualcuno osa sostenere, com’è d’uso, che “ci sono più cose tra cielo e terra…” ma queste cose cosiffatte, se non si vuole fare soltanto poesia, occorre trovarle; una Filosofia che “sogna” non è Fisica.

PERCHÈ (E FINO A CHE PUNTO) VEDIAMO TUTTI LO STESSO MONDO?

Quando noi definiamo l’osservatore come una collezione strutturata di proposizioni abilitiamo qualsiasi configurazione che rispetti gli assiomi che definiscono la struttura.

Se l’osservatore fosse unico o isolato le sue proposizioni potrebbero essere completamente arbitrarie, ed egli potrebbe sognare qualsiasi realtà senza incontrare ostacoli né contraddizioni esterne.

Un osservatore cosiffatto sarebbe propriamente una monade, e dovrebbe porsi i quesiti tipici delle monadi: gli altri osservatori esistono, o egli è solo? Come è possibile comunicare con essi senza che ciò sia il prodotto della sua stessa fantasia?

Il nostro contesto fisico semplifica radicalmente siffatte questioni di apparenza leibniziana: l’analisi scientifica, supportata da un’idonea definizione di osservatore, ci mostra che gli osservatori sono molti ed è possibile, tra loro, una comunicazione bilaterale.

La coerenza delle osservazioni, cioè il fatto che vediamo tutti lo stesso mondo, è garantita dall’essere l’aritmetica accessibile comune a tutte le strutture: ma il problema diviene delicato nei pressi della frontiera, e l’approfondimento richiede un livello di studio più avanzato di quanto siamo in grado di produrre.

Possiamo dire, con un enunciato di carattere qualitativo (o forse lebesgueiano), che vediamo tutti quasi lo stesso mondo.

GALILEO

Si potrebbe immaginare che la semplice aspirazione ad una Fisica non galileiana sia una violazione della sacralità di Galileo Galilei, carissima a ciascuno: ma nessun grande scienziato (Galileo meno di tutti) anteporrebbe il proprio primato a quello della verità.

Lo manifesta egli stesso in ogni suo scritto, e segnatamente quando sostiene che Aristotele in persona, qualora fosse stato posto al corrente delle nuove argomentazioni, sarebbe stato dalla sua parte; le resistenze non si dovevano attribuire ad Aristotele ma agli aristotelici.

Se Galileo, postosi al corrente dello stato della nostra Fisica contemporanea, esaminasse le difficoltà interne di una scienza fisica impostata sull’analisi infinitesimale, attraverso la quale si vorrebbe andare al fondo di una realtà discreta, capirebbe subito l’importanza della questione.

Sorriderebbe forse della mia impostazione, e della mia insufficienza rispetto alla scala delle difficoltà (la quale mia insufficienza, purtroppo, è la più sicura tra tutte le cose che sono attinenti a questo studio): ma non riderebbe del problema, né delle sue implicazioni.

Anche Albert Einstein, forse, si sarebbe divertito parecchio con questi ragionamenti, se avesse potuto vederli.

Non Galileo, dunque, né Einstein, né Aristotele, dobbiamo temere, ma i galileiani e gli einsteiniani e gli aristotelici.

L’ESPERIENZA-ZERO

Non si tratta di una vera e propria esperienza di laboratorio ma di quella offertaci da un laboratorio senza apparecchiature, quello minimo possibile, formato soltanto dal nostro intelletto e dal nostro linguaggio.

L’esperienza-zero è un dato sperimentale che abbiamo avuto ed abbiamo sempre davanti agli occhi, seppure siamo soliti non darle alcun peso.

È un fatto empirico solido, solidissimo, più solido di qualsiasi rilevazione sensoriale o strumentale, e pieno di conseguenze cruciali.

Noi non possiamo scrivere, leggere, operare, e nemmeno pensare numeri interi troppo grandi, per esempio numeri generici aventi la grandezza di 2 elevato a 10100; per scrivere numeri come questi non sarebbero sufficienti tutte le particelle elementari dell’Universo che conosciamo, ciascuna utilizzata come una cifra binaria; ancor meno basterebbe la nostra memoria, o il nostro tempo.

Esattamente alla stessa maniera debbono essere visti i numeri razionali troppo precisi, o i numeri irrazionali.

Pertanto qualsiasi teoria fisica che non possa evitare il passaggio attraverso numeri siffatti è irreale.

NUMERI INACCESSIBILI

I numeri appena definiti non possiamo citarli (individualmente) attraverso un “nome”, perché non hanno nome; né hanno successore, precedente, divisori.

Qualcuno tra loro potremmo individuarlo attraverso una proprietà peculiare: allora esso sarebbe “accessibile” per via fenomenologica ma non ontologica.

Invero le proprietà peculiari dei singoli numeri non sono meno numerose dei numeri stessi, e pertanto potremmo sperare di poter raggiungerli tutti per via fenomenologica, come si citavano per epiteti le divinità classiche: ma ciò sarebbe vero se per enunciare le proprietà ci fosse lecito utilizzare – in qualsivoglia linguaggio – frasi arbitrariamente lunghe, il che ovviamente non è.

Dal punto di vista dell’aritmetica teorica i numeri “inaccessibili” sono moltissimi, anzi “quasi tutti”: l’aritmetica sperimentale (o “accessibile”) è – come già detto in precedenza – una piccola isola finita circondata dall’oceano infinito dell’aritmetica teorica.

Di conseguenza, con un ulteriore riferimento a Galileo, quando ci accadrà di parlare di quantità troppo grandi ma finite, non useremo il termine “infinito” come comunemente si suol fare (in senso traslato) ma diremo “innumerevole” nell’esatto significato originario – non traslato – di “impossibile da contare”; useremo l’aggettivo “numerosissimo” per qualificare quantità molto grandi ma non “innumerevoli”.

Il lettore attento osserverà facilmente che il molto famoso “assioma della scelta” (indispensabile per molte dimostrazioni) è falso già nell’ambito ristrettissimo dell’aritmetica finita (subito all’esterno dell’accessibilità).

Parimenti nell’ambito di un’aritmetica finita il campo dei numeri razionali non sarebbe “ovunque denso”, o meglio non sarebbe del tutto un campo, come i numeri interi non formerebbero un anello; similmente verrebbero a cadere – viste come fatto empirico - una gran parte delle costruzioni dell’analisi infinitesimale.

ARITMETICHE TEORICA ED EMPIRICA

Necessariamente si vengono a configurare due diverse aritmetiche: una teorica o “razionale” ed una empirica o sperimentale o “reale”; la prima infinita, la seconda finita (eppure priva di confini esatti).

Da qui trae origine la divaricazione tra razionale e reale, e la loro profonda estraneità reciproca; differenze le quali incombono da sempre sull’intera filosofia e sulle scienze.

Potremmo dire che l’aritmetica teorica è in contrasto con l’esperienza, ed è vero; ben più radicalmente di quanto le figure platoniche della geometria contrastino con i corpi del mondo reale: perché le due aritmetiche, razionale e sperimentale, sono entrambe “iperuraniche”.

Le conseguenze principali dell’esperienza-zero sono tre:

·    primo, l’aritmetica teorica non può “esistere” per noi come “realtà”

·    secondo, la realtà fisica (quale noi possiamo conoscerla) è finita e discreta di per sé stessa, in qualsivoglia direzione e significato, senza necessità di teorizzazioni o postulazioni o sperimentazioni, e non può essere descritta con metodi infinitesimali o comunque infinitistici

·    terzo (con una metafora relativistica) l’esperienza-zero introduce una forma di curvatura nella struttura, altrimenti piatta, dell’aritmetica.

SEPARAZIONE TRA MATEMATICA E FISICA

L’importanza della cosa, discussa nel seguito, risiede nella necessità che le esperienze fisiche siano in primo luogo esprimibili e poi, in varia misura, comunicabili.

Ciò significa che in Fisica (anche galileiana) non si deve supporre (nemmeno implicitamente) di poter fare ciò che non è possibile fare (ad esempio far uso di numeri troppo grandi o di frasi troppo lunghe o di processi recursivi di profondità troppo elevata).

In caso contrario, se l’illazione è essenziale e non può essere eliminata, le teorie violano l’esperienza-zero e cominciano a vacillare o a divergere o almeno a mostrare crepe piccole o grandi, esattamente come se fossero contraddette sperimentalmente: un esempio evidente di siffatti disagi è manifestato dall’esigenza delle cosiddette rinormalizzazioni.

Va detto che sono inaccessibili quasi tutti i numeri reali, e segnatamente i numeri irrazionali, cosicché (anche in ambito galileiano) non si può ammettere che qualsivoglia grandezza fisica possa essere realmente misurabile da un numero irrazionale; cosa della quale si avvidero pressoché perfettamente i Pitagorici.

Occorre dunque stabilire una separazione netta tra la Matematica e la Fisica, regno dell’infinito la prima, della finitezza la seconda; e pertanto riconoscere che esistono entità matematiche ma non fisiche, delle quali è esempio storico emblematico la radice quadrata di 2, ma tali sono anche lo spazio ed il tempo tradizionali.

Ne consegue che l’applicabilità dell’analisi infinitesimale allo studio dei fenomeni fisici reali è molto critica e richiede grandissima circospezione; ma qui non si può discuterne.

FISICA SPERIMENTALE

Se noi mandiamo in pezzi un vetro, potremmo essere indotti ad affermare che il vetro è composto di un certo tipo di frammenti e che questi sono i costituenti del vetro.

Se fossimo sufficientemente sagaci, potremmo trovare leggi di composizione dei frammenti (vere), catalogarne pesi forme e dimensioni, trovare in loro grandezze misurabili che chiamiamo massa, energia, carica, colore, sapore, stranezza, e cercare di conoscere in questo modo la natura del vetro.

Ma la forma e le dimensioni dei frammenti dipendono più dal martello che dal vetro; se poi tentiamo percorsi nuovi, ed esponiamo il vetro ad alta temperatura, vediamo che è composto di gocce e non si può più romperlo, a temperatura ancora più alta è fatto di plasma.

Qualsiasi speculazione corretta noi si possa fare a partire dai frammenti o dalle gocce o dal plasma e come da essi si ricostituisca il vetro è pienamente lecita e valida, e sarà confermata dall’esperienza.

Potremmo dunque spiegare la composizione del vetro con tre teorie, tutte vere e confermate dall’esperienza, ma tra loro discordanti, le quali possiamo simbolizzare come segue:

A.   Il vetro è un solido

B.   Il vetro è un liquido

C.   Il vetro è un gas (o qualcosa di simile)

La prima sostiene che il vetro sia composto di frammenti incastrati la cui individualità è già definita all’interno del vetro (indipendentemente dal colpo di martello), la seconda che (a temperatura ordinaria) esso sia un liquido congelato, la terza che sia plasma sublimato.

Noi conosciamo la Fisica quanto basta per sapere che si tratta di interpretazioni diverse dei medesimi fatti, e conosciamo la sintesi delle tre teorie A,B,C qui poste ad esempio; tuttavia sappiamo che l’unificazione dei tre punti di vista è lontanissima da loro e richiede cognizioni che non appartengono a nessuno di essi, cosicché essa giace ad enorme distanza dai fenomeni studiati dalle tre teorie.

Ma ai fini del nostro discorso per momento supponiamo di conoscere e sviluppare soltanto la teoria A.

Essa si propone di trovare i costituenti ultimi del vetro, che per ipotesi sono frammenti: cerca i frammenti più piccoli possibile, e pertanto costruisce martelli sempre più efficienti, per forma, per materiali e per energeticità.

È verosimile che quanto più è energico il martello, tanto più piccoli saranno i frammenti e più capricciosi i contorni; nel nostro contesto l’efficienza sperimentale si riduce sempre e soltanto ad un certo grado di concentrazione dell’energia cinetica: noi stessi abbiamo deciso che la realtà investigata deve essere puramente meccanica, e tale la scopriamo.

Così la scienza del vetro degrada, passo dopo passo, in scienza dei martelli.

Non sappiamo se ogni frammento sia ulteriormente frantumabile cosicché li consideriamo elementari o atomici quando non possediamo la capacità tecnica necessaria a scomporli: fuor di metafora un quark o un positrone o un neutrino potrebbero essere semplici o invece al contrario (come forse è più probabile) complessi quanto un intero Universo; ma noi dichiariamo semplice ciò che non riusciamo a spezzare meccanicamente nello spazio.

Le difficoltà sono invisibili, ma non inesistenti: i contrasti con le altre teorie possibili B e C (a noi sconosciute perché l’apparato sperimentale A non ci permette di scoprire né gocce né vapori) pur completamente estranei all’attrezzatura ed alla forma mentis dell’osservatore, rimangono sullo sfondo e logorano la teoria dei frammenti, la quale di tanto in tanto deve essere ritoccata.

Probabilmente la sintesi tra quest’ultima e le sorelle ignote è posta a distanze inarrivabili.

Un esempio tratto dalla matematica può portare un chiarimento: sappiamo che alcuni sviluppi in serie non convergono perché la funzione sviluppata (ad esempio 1/(1+x2)) ha un polo in corrispondenza ad un certo numero complesso, nonostante essa appaia perfettamente regolare in tutto il campo dei numeri reali, e nonostante sia possibile che lo studioso non abbia alcuna cognizione dell’esistenza stessa dei numeri complessi né coltivi alcuna intenzione di costruirli: la nostra funzione, vista soltanto come funzione di numeri reali, gli apparirà capricciosa.

Egli indagherà ogni aspetto della funzione per trovare le cause della mancata convergenza, ma invano; finché qualcuno o qualcosa non gli avrà additato l’unità immaginaria l’indagine non potrà avere successo.

Le limitazioni assolute della fisica sperimentale furono viste con chiarezza da Kant, quando nella Critica parla di realtà troppo piccole o troppo grandi per essere sperimentate, le quali dunque non possono essere fenomeni.

LEGGI DI NATURA

Scopo della Fisica è studiare come certe sezioni di realtà (per esempio i singoli uomini) vedano sé stesse e la parte restante; leggi di natura sono (secondo noi uomini) le leggi che regolano o vincolano tali visioni, espressioni, condivisioni.

 Ma ciò può essere formulato in due maniere opposte: l’impostazione galileiana afferma che le leggi di natura “esistono” e la loro esistenza si manifesta nella necessaria armonia di certe osservazioni.

La presente impostazione non galileiana afferma che le osservazioni compiute da certe sezioni “pensanti” di realtà (quali ad esempio siamo noi) contengono necessariamente armonie interne (inerenti alla natura delle sezioni ed alla loro logica) una parte delle quali possono apparire come leggi o, meglio, essere approssimabili da leggi: ma le leggi profonde sono altre.

Nella fisica non galileiana qui ipotizzata ogni sezione individua quello che semplicisticamente potrebbe essere immaginato come il suo complemento, e ciò dà origine ad un dualismo; simili considerazioni, al contrario, non hanno rilevanza nella Fisica galileiana.

Il concetto stesso di legge assoluta di natura è carico di difficoltà: una volta trovata effettivamente una legge siffatta, che spiegasse per intero tutti i fenomeni in una sola teoria coerente, si potrebbe scivolare nel creazionismo (sic placuit) oppure, di fronte all’inevitabile sensazione di gratuità, cercarne le cause.

Newton trovò una causa alle articolatissime regole dell’astronomia tolemaica e le riconobbe come un’approssimazione dell’unica – e più precisa – legge della Gravitazione Universale; ma egli stesso percepiva come gratuita la sua legge, ed intendeva trovarne le cause.

Einstein rese necessaria l’identificazione della massa gravitazionale con quella inerziale (fino ad allora puramente casuale) e ridusse la forza di gravità newtoniana ad un’approssimazione di opportune deformazioni dello spaziotempo, formulazione più precisa e – si licet – più semplice rispetto alla legge di Newton.

Così facendo la difficoltà fu spostata ma, ancora una volta, non superata.

La ricerca delle cause di una legge fisica è contemporaneamente più semplice e più complessa rispetto alla ricerca delle cause di un singolo evento; essa riduce una legge fisica a conseguenza approssimativa ed apparente di un’altra legge più generale, che possiamo chiamare metacausa (per esempio la legge di conservazione della materia-energia al posto delle due leggi separate di conservazione della materia e dell’energia).

La nuova legge genera a sua volta la medesima sensazione di gratuità, cosicché il ciclo si ripete e si ricadrebbe nell’infinito per una via traversa, ciò che vogliamo bandire: una successione formalmente infinita di Teorie gratuite (nessuna delle quali esatta) non appare né possibile né soddisfacente.

CADUTA

L’esperienza-zero ci ha sottratto la pienezza di alcuni strumenti potentissimi quali l’aritmetica teorica e l’uso non euristico dell’analisi infinitesimale.

Persino la fecondità del metodo sperimentale, utile a trovare ricorrenze ma non leggi, solleva difficoltà sul perché il mondo sembri obbedire a regole le quali i Fisici, pressoché unanimemente, considerano false (in quanto non vere assolutamente).

Di fronte all’esigenza di costruire un edificio sommamente elevato, il terreno ha ceduto e siamo precipitati in un abisso.

Tuttavia ciò che appare sotto le sembianze di una catastrofe, è sovente un punto di svolta: il suolo molle dell’estrapolazione sperimentale ci ha fatti scivolare molto in basso, fino ad una quota oltre la quale non possiamo scendere ulteriormente.

È come se sotto la sabbia della sperimentazione avessimo finito per trovare la roccia dell’Aritmetica: non in quanto sia assolutamente vera ma in quanto è assolutamente vera relativamente a noi, ossia non è negabile da noi senza negare incondizionatamente la nostra stessa esistenza e qualsiasi definizione ragionevole che possiamo dare della Fisica.

La quale (qui) è intesa come la collezione di tutti i fatti percettibili, esprimibili e comunicabili: dalle definizioni di fatto, percezione, espressione, comunicazione dipendono l’ampiezza e la profondità del campo di applicazione della Fisica e le sue leggi.

Se noi cerchiamo, come veramente cerchiamo, una scienza esatta, l’esprimibilità e la comunicabilità debbono essere intese in senso rigoroso e abbiamo visto che ciò è estremamente difficile e per ora non accade con nessuna Teoria.

Possiamo pensare alla Fisica come alla collezione di tutte le esperienze esprimibili e comunicabili attraverso un linguaggio esatto, cosicché tutti i fatti fisici obbediscono alle leggi di tale linguaggio, e a nessun’altra.

Pertanto la roccia sopra la quale potremmo edificare (forse) la Fisica futura consiste essenzialmente in un linguaggio assoluto (ma pur sempre, inevitabilmente, “umano” in senso protagoreo): la base di ogni conoscenza è la Parola umana coerente, il Discorso, il Logos di Eraclito e di tutti coloro che sono venuti dopo.

Come sempre avviene la nostra forza si alimenta delle nostre debolezze: l’inadeguatezza e la primitività del nostro linguaggio (corrente e scientifico) e la fragilità delle sue componenti di base (nomi e verbi) possono fornire i mezzi per costruire qualcos’altro.

PITAGORISMO

L’Uomo ripone molta fiducia nei numeri, i quali invero raramente lo tradiscono; c’è sempre stata una forte tendenza, sin dall’antichità, ad identificare nei numeri la conoscenza scientifica o più in generale ogni descrizione attendibile della realtà.

L’acmé fu toccata con la scuola pitagorica, secondo la quale la realtà non è rappresentata dai numeri ma è numero (qualsiasi cosa intendessero dire precisamente quei filosofi).

Dopo oltre due millenni una tesi simile trovò la sua espressione più solenne e venerabile con la “lingua matematica” di Galileo Galilei: la locuzione, frutto forse di un’intuizione da genio profondissimo, supera la Fisica successiva e sembra anticipare i tempi.

La Fisica contemporanea vede la realtà come un’interazione tra “cose in sé”, che non sono numeri, la quale realtà tuttavia può essere descritta efficacemente soltanto con mezzi matematici: i numeri non sono “la realtà” ma sono indispensabili per ogni rappresentazione credibile della realtà.

In queste pagine si rientra nell’alveo del pitagorismo pressoché puro, sebbene le esigenze delle formulazioni moderne della scienza impongano una certa prudenza: dobbiamo dire che “secondo noi” la realtà è numero o meglio che “secondo noi” la realtà è necessariamente numero e “secondo noi” non sono possibili alternative.

Almeno fin tanto che siamo legati a qualche forma di linguaggio e vogliamo esprimere e comunicare le nostre osservazioni attraverso un linguaggio.

STRUTTURE PENSANTI

Se supponiamo superata l’enorme difficoltà di fare astrazione da tutte le incastellature della Fisica, tutto si può ricondurre ad una sola questione fondamentale la quale, in forma estremamente rozza, suona come segue: data un’aritmetica finita sufficientemente ampia, esistono in essa strutture “pensanti”?

Naturalmente non possiamo affrontare il problema in tutta la sua generalità, perché non sappiamo dare una definizione universale (meta-umana) di “pensante”: ma possiamo restringerlo a qualcosa che ci assomigli sufficientemente (in senso protagoreo) e limitarci a strutture organizzate di proposizioni, il cui linguaggio sia compatibile con la nostra architettura cognitiva.

Un esempio potrà rendere più chiaro quanto abbiamo appena detto: se studiamo tutti i possibili aggregati di atomi, ne troveremo alcuni in grado di replicarsi, e riconosceremo in essi la prima base della vita, la quale è presente già nel semplice concetto di aggregato di atomi.

Come la vita è già “nascosta” tra le numerosissime combinazioni degli atomi, ugualmente la realtà si nasconde tra le numerosissime e forse innumerevoli strutture dell’aritmetica accessibile, le quali tutte “esistono” ed alcune (in qualche modo simili a noi) sono capaci di “pensare”: condizione quest’ultima indispensabile per la costruzione di una conoscenza qualsivoglia, in particolare fisica.

L’argomentazione accennata manifesta una diretta affinità con la ben nota Prova ontologica di Sant’Anselmo, di per sé insostenibile; ma qui la Prova è trasferita nel suo ambiente naturale.

Le differenze sono essenziali e consistono nell’ambiente aritmetico (nel quale è già superata la fondamentale difficoltà della separazione tra pensiero ed esistenza), nella finitezza dell’ambiente (la quale ci protegge dalle diluizioni dell’infinito) e nel carattere niente affatto astratto della definizione (che però dobbiamo ancora formulare in una maniera che non sia troppo controversa).

In un tale contesto possiamo forse giungere a trovare l’Uomo (in quanto osservatore); se invece miriamo troppo in alto, ed andiamo in cerca del massimo, la prova fallisce anche qui; ma se scendiamo appena di un gradino sotto il massimo la sconfitta è meno probabile, sebbene per provare ciò sia necessario ancora molto lavoro.

Strutture “pensanti” possiamo trovarne piuttosto facilmente in aritmetica, se diamo per “vera” una qualsiasi dottrina fisica, ad esempio la Teoria Newtoniana; ma cadremmo subito in contraddizione con la finitezza dell’Aritmetica empirica; la vera sfida è trovare strutture “assolute”, che contengano in sé la conoscenza fisica.

L’aritmetica ha vantaggi grandissimi che gli atomi non hanno: nel suo mondo qualsiasi cosa che sia possibile definire “esiste” cosicché – come evidenziato molte volte – possibilità ed esistenza coincidono; inoltre sono del tutto assenti lo spazio, il tempo, la materia, l’energia ed in generale tutte le categorie della Fisica.

CONCLUSIONE

È probabile che le opinioni di chi ha avuto la perseveranza di proseguire fino a questo punto siano differenziate.

Molti non riusciranno a dare peso sufficiente ai ragionamenti che abbiamo esposto: forse troveranno più sicuro attenersi al precetto dantesco “tornate a riveder li vostri liti”, ed invertiranno la rotta verso le più familiari spiagge della Fisica convenzionale.

Qualcuno rimarrà con noi, speriamo: e certamente si aspetta di vedere solide costruzioni, o forse addirittura una prova materiale di questo genere di Fisica (in aggiunta alla risolutiva prova empirica dell’esperienza-zero): per esempio come qualcuna delle grandezze caratteristiche (massa, energia, spazio, tempo…) o qualcuna delle leggi tradizionali possa essere estratta come approssimazione di strutture puramente linguistiche.

Persino le leggi odierne della Fisica potremo capirle veramente quando sapremo che cosa esse approssimano, e perché.

Il lettore che avesse un minimo interesse può continuare in una discussione alquanto più dettagliata che illumina numerosi aspetti della questione: purtroppo prevale la pars destruens che in ogni lavoro è sempre molto più agevole della pars construens.

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[1] Sono convinto che sia appropriato riconoscere come “presocratici” alcuni studiosi moderni; tra questi, forse, il vertice appartiene a Charles Darwin il quale, con mezzi da puro presocratico, attraverso la sola potenza dell’osservazione e della riflessione, è arrivato a darci una profonda (e forse inattaccabile) visione della Natura.