UN’IPOTESI DI FISICA NON GALILEIANA

Lo splendore della Fisica contemporanea è così intenso, da intimidire persino chi volesse esprimere ammirazione e consenso.

Molto più resta atterrito colui che è costretto – o crede di essere costretto – a criticare non una singola equazione o una teoria particolare, ma il metodo e le fondamenta.

La Fisica contemporanea sembra trovare difficoltà nel separare l’osservato dall’osservatore; parimenti non trova agevole coordinare in una singola teoria due differenti visioni del mondo, una macroscopica e l’altra microscopica, nessuna delle quali appare esplicitamente contraddetta da fatti sperimentali; infine – quali che siano le leggi trovate – esse non sfuggono ad una generica ma ineliminabile sensazione di gratuità.

Ai confini della Fisica, conservano tutto il loro peso molte obiezioni avanzate nel corso della Storia dai filosofi, tutt’altro che agevoli da rimuovere, le quali rimangono tuttora insolute: il filone principale sta nell’eterogeneità tra razionale e reale, cosicché non è chiaro che cosa manchi alle costruzioni razionali per acquistare l’ambita esistenza.

Pertanto non è completamente illecito porre una domanda, con il rischio che possa essere giudicata peregrina e mal fondata, a proposito del Metodo Galileiano (al quale metodo, per l’influsso determinante che ha avuto ed ha sullo sviluppo della conoscenza umana, non è possibile tributare lodi che siano sufficienti).

Ci si può chiedere se esso, per la sua stessa fecondità ed a causa dello smisurato ampliamento del suo raggio d’azione, non abbia raggiunto i confini del suo potere.

Noi vediamo ciò che guardiamo e come guardiamo: se guardiamo attraverso un acceleratore vediamo l’acceleratore, se attraverso un telescopio vediamo il telescopio.

Ma ci sono strumenti di osservazione ben più terribili dell’acceleratore e del telescopio: se guardiamo i fenomeni con il mezzo dell’analisi infinitesimale noi vediamo principalmente l’analisi infinitesimale, la quale dovremmo usare con somma cautela, soprattutto quando la sua stessa architettura è in contrasto o addirittura in contraddizione con le leggi fisiche che ipotizziamo e vogliamo dimostrare; ma una piccola nota come questa non permette di sviluppare un simile discorso.

Se guardiamo attraverso un buco di serratura vediamo, essenzialmente, un buco di serratura: dal quale, ad esempio, le persone possono “sparire” improvvisamente (in tutto o in parte) per poi tornare da un’altra direzione senza che ciò sia, in senso proprio, una legge fisica.

Se oltre il buco c’è uno specchio curvo dalla superficie irregolarmente ondulata, vediamo fenomeni ancora meno comprensibili, seppure pienamente reali, per i quali possiamo incontrare difficoltà enormi e persino insuperabili nel trovare una legge.

Un esempio – che deve essere inteso come non più che un esempio – potrà essere utile.

Supponiamo di trovarci in una città con viali lunghissimi: chi guarda ad occhio nudo vede che, col crescere della distanza, le persone e gli oggetti divengono sempre più piccoli e concentrati, cosicché sarebbe portato a concludere che tutti i viali, in qualsiasi direzione, conducono ad un buco nero tranne quello principale che guarda verso un anti buco nero, cui prosaicamente si dà nome big bang.

La conoscenza geometrica, però, ci insegna quali sono i rapporti tra una certa distanza e un certo angolo, e lunghezza, superficie, volume a quella distanza, cosicché concludiamo che ciò che accade in fondo alla strada non è troppo diverso da ciò che accade intorno a noi e, con l’opportuna interpretazione, la cosa sarebbe confermata dalle più accurate osservazioni sperimentali.

Ma se lo spaziotempo interposto fosse, in via d’ipotesi, alquanto più euclideo di quanto ci aspettiamo, o meglio se il telescopio fosse meno euclideo dello spaziotempo, arriveremmo alla conclusione che la strada si restringe davvero, fino a precipitare in una singolarità.

Ma – questa è un’opinione per momento gratuita di chi scrive – tutte le volte che in Fisica ci imbattiamo in una singolarità, persino se la misuriamo, vuol dire che la stiamo inventando.

Ad esempio, se misurassimo gli angoli per mezzo della loro tangente, troveremmo (e misureremmo) singolarità inesistenti in corrispondenza ad ogni angolo retto; e la Storia è piena di molti esempi, quali il muro del suono, la legge della Gravitazione Universale, o anche l’attrazione coulombiana.

La difficoltà non è tanto nell’eliminare o risolvere la specifica singolarità, ciò che sovente si riesce ad ottenere, quanto nell’emanciparsi dell’impostazione teorica che l’ha fatta nascere.

Quando operiamo con rigore scientifico – attraverso qualsivoglia strumento – non vediamo illusioni o allucinazioni, ma autentici fenomeni (soggettivi) i quali sono però “ritagli” e parzializzazioni del cosmo: le leggi che sembrano reggerli sono, innanzi tutto e forse soltanto, leggi dello strumento.

Le osservazioni che precedono non sono semplici speculazioni filosofiche (d’altra parte ovvie) ma solidi fatti, carichi di conseguenze sperimentali; e bisogna comunque saper spiegare perché se guardiamo con un certo strumento vediamo certe cose governate da certe leggi, e non altre: non è certamente perché le “cose in sé” siano proprio in quel modo.

Nasce l’aspirazione ad una linea di ricerca – queste righe esprimono più il bisogno che il conseguimento – la quale, fatta salva la necessità che i fatti concordino con la teoria e che ogni affermazione non debba contraddire alcuna verifica sperimentale, ci faccia dono tuttavia dell’affrancamento dall’egemonia (che forse possiamo chiamare tirannia) degli strumenti.

Nel testo che segue accadrà di far uso, soprattutto a scopo di esempio, di osservazioni tratte dalla Fisica quale la conosciamo, citate come se fossero vere, in termini di meccanica, chimica, evoluzione biologica; tuttavia esse non superano il confine dell’esempio che le invoca e non entrano mai come presupposti – almeno volontariamente – nella corrente del ragionamento.

Per tracciare un percorso che possa condurci con rigore scientifico ad una Fisica non galileiana dobbiamo, per prima cosa, ritornare alquanto alle origini.

LE ORIGINI DELLA FISICA RAZIONALE

Lo scopo della Fisica razionale, sin dai suoi primi inizi, è la riduzione all’unità dell’esperienza complessiva del mondo, del quale fa parte (ma non organicamente, a suo proprio giudizio) lo stesso soggetto che indaga: esperienza acquisita fondamentalmente – ma non esclusivamente – per via sensoriale.

Storicamente si suol parlare di ricerca dell’arkhé, problema attorno al quale ci affaccendiamo ancora oggi, dopo aver compiuto progressi formidabili grazie, soprattutto, alla rinunzia a molte non necessarie certezze.

L’impossibilità di una soluzione “immediata” fu scoperta, con mirabile precocità, da Anassimandro, circa un secolo prima di Parmenide e due di Aristotele: la identificò nella struttura stessa dei soggetti, entità intrinsecamente molteplici, i quali dividono il mondo in un “interno” ed un “esterno” e dunque fanno dell’assoluto un relativo, del relativo un assoluto, e del semplice un molteplice.

Nel linguaggio moderno diremmo che ciascun soggetto pone sé stesso come una partizione dell’apeiron tra interno ed esterno; la chiameremo, nel seguito, “partizione di Anassimandro”, nella speranza che un siffatto uso del suo nome non sia del tutto indegno del sommo Filosofo.

Occorrerà tornare successivamente su queste intuizioni fondamentali, trasmesse nebulosamente dalla tradizione, le quali sarà necessario chiarire meglio in termini moderni: con il porre sé stesso il soggetto separa il mondo, il quale sarebbe stato indistinto ed assoluto, in due parti (l’interno e l’esterno) le quali, viste in assoluto, sono relative ed anzi arbitrarie.

Ma il soggetto, quando si pone, pone sé stesso come assoluto, e le sue due parti, viste soggettivamente, sono assolute, almeno se il soggetto non sa o non può o non vuole modificare la partizione: cosicché la realtà esterna appare al soggetto come altro da sé, sostanzialmente dura ed immutabile, per l’appunto assoluta: ed invero la realtà (interna ed esterna) è assoluta tanto quanto il soggetto è assoluto relativamente a sé stesso.

È davvero mirabile quante indicazioni fondamentali si possano apprendere da ragionamenti sostanzialmente primitivi.

Anassimandro vide nell’originaria (ed apparentemente immotivata) “separazione dell’indistinto” (la quale rimane tutt’ora la più incomprensibile tra le tante cose incomprensibili che ci stanno intorno) una sorta di “peccato originale” degli individui, da “espiare” “nell’ordine del tempo”: presumibilmente – a suo avviso – attraverso la morte, inevitabile sottoprodotto del tempo, la quale ricostituisce l’unità che il porsi del soggetto ha distrutta.

La separazione dell’indistinto diede origine alla varietà dei soggetti, ed alla loro molteplicità (interna ed esterna).

Ma i frammenti di Anassimandro sono così esigui, e dubbi, che tentare di percepirne più oltre il pensiero ci esporrebbe a troppa arbitrarietà.

Certamente, come vedremo, è ingenuo, e non è scientificamente utile, chiedersi “perché” ci troviamo in un mondo irrimediabilmente molteplice, ed ancor più cercarne l’origine nel “passato”.

La parola “perché” sottintende leggi e causalità e la parola “passato” richiede il tempo, tutti assunti che sono essi stessi figli della partizione, dei quali dobbiamo fare a meno.

L’unificazione pura, fino a giungere al silenzio dell’Essere Parmenideo, è impossibile per noi, fino a quando esistiamo ed abbiamo desiderio di conoscere.

La sfera “finita” ma “non limitata” di Parmenide e le meravigliose discussioni del dialogo di Platone non dissipano le nostre tenebre, ma le fanno più fitte: la molteplicità, prima ancora che nel mondo osservato, è inerente al soggetto che osserva, nel cui linguaggio – intrinsecamente molteplice – dovrebbe essere formulata la sintesi; saggiamente, l’Essere Parmenideo è ineffabile, sebbene se ne parli moltissimo.

È difficile enunciare qualcosa la cui vena più profonda i presocratici non abbiano anticipato al più alto livello di grandezza; la filosofia successiva, antica e moderna, che possiamo personificare in Aristotele, ha sempre tentato di diluire o persino dimenticare queste gemme, le quali vediamo riaffiorare dal terreno man mano che diventiamo capaci di riconoscerle.

Ed invero quasi tutti i filosofi professionisti (Platone e Kant, per esempio) tendono ad ignorare i fisiologi presocratici, quelli che gli antichi chiamavano “Fisici”: sembrano dimenticare che la Filosofia è innanzitutto Fisica, e come Fisica è nata.

Persino le religioni, le quali possono impunemente trascurare la coerenza e la ragione, si sono sentite costrette ad ammettere a loro fondamento la molteplicità: o esplicitamente, come forse è più saggio, oppure (nel monoteismo intransigente) attraverso una sorta di “schizofrenia” della Divinità.

In qualche decina di migliaia di anni la mitografia ha distillato alcune aspirazioni profonde dell’animo umano, le cui componenti essenziali sono state filtrate dalla sensibilità collettiva attraverso un meccanismo sostanzialmente evolutivo e così, coscientemente o inconsciamente, sono state tramandate.

Tra queste primeggia l’aspirazione ad una spiegazione semplice dell’Universo, sebbene non pura quale l’espressero i primi filosofi e certamente non altrettanto disinteressata, ma presente e – in rare occasioni – inusitatamente profonda.

Di costoro la scienza fisica può occuparsi tangenzialmente, come chi sviluppa chimica può osservare (in casi rarissimi) quanto vicino ad un risultato reale passassero gli antichi alchimisti, spinti da semplice forza d’intuito, senza percepirlo e senza darsene ragione.

Accadrà, in queste pagine, di sfiorare l’argomento, ma assai di sfuggita e timidamente, quanto basta a mostrare che il fatto non è passato inosservato: comunque, non pare che ci sia molto da imparare da siffatti accostamenti, se non che i nostri desideri più grandi siano rimasti sempre i medesimi.

Ma in molti l’aspirazione alla semplicità e la ricerca della verità erano sovrastate da più forti passioni: gli alchimisti, per il vero, cercavano l’oro, i mitografi il dominio delle masse, i poeti la bellezza; così fu lasciato ai filosofi il carico dell’indagine disinteressata.

RAZIONALE E REALE

Avendo rinunciato all’unificazione assoluta in un mondo semplice con un principio unico, lo scopo della Fisica si è ristretto a coniugare il (nostro) reale ed il (nostro) razionale, l’uno e l’altro molteplici, attraverso la riduzione al minimo possibile della molteplicità nel secondo.

Addirittura, per molti versi, si è sempre tentato di sottomettere uno dei due – il reale – in guisa che esso obbedisca all’altro: ancor oggi l’incondizionata obbedienza della materia è la prova regina della validità di una dottrina fisica.

Le più grandi difficoltà – che per ora dobbiamo ignorare – si incontrano nella determinazione del confine tra razionale e reale, il quale passa all’interno del pensiero umano ed anzi attraversa a metà, come uno spartiacque, l’aritmetica: scienza che, come sempre si è saputo, è fondamento di ogni cosa.

L’aritmetica è un mondo che appare infinitamente più esteso e complesso del nostro Universo, e può essere intesa in senso stretto (che per il nostro uso è più che sufficiente) o in senso ampio (dunque con le sue filiazioni algebriche geometriche ed analitiche).

Essa (con l’importante eccezione dell’intuizione spaziale in geometria) è un mondo senza tempo, spazio, materia, energia, forze, causalità, campi ed insomma tutte quelle cose che, con qualche licenza, possiamo chiamare Categorie della Fisica.

Pur priva (per sua natura) di tutto ciò, essa può essere divisa in aritmetica sperimentale, che è qualcosa di molto affine a ciò che chiamiamo reale, ed aritmetica assiomatica, che assomiglia in qualche misura al razionale.

Tuttavia gli assiomi non sono cause dell’aritmetica, ma strumenti di osservazione: ad esempio se C=A+B non diremo mai che A o B o la sommazione A+B siano cause di C.

È verosimile che tutti noi, indistintamente, siamo convinti che ad una qualsiasi persona, dotata ad esempio della possibilità di eseguire le quattro operazioni, assolutamente non possa accadere di incontrare, quando esplora l’infinita realtà dei numeri, nessun fatto che sia in contrasto con alcuno dei teoremi dell’aritmetica assiomatica, non solo quelli già scoperti e noti a molti, ma anche quelli che non sono ancora stati scoperti.

Sebbene le proposizioni non ancora scoperte possano richiedere tecniche dimostrative ignote all’osservatore ed a tutti i suoi contemporanei, delle quali nessuno di loro potrebbe avere alcuna cognizione e persino sospetto.

Da dove nasce questa nostra universale convinzione? Con quale mezzo, a nostro avviso, l’aritmetica teorica – sovente prima ancora di essere sviluppata – domina l’aritmetica empirica? Perché – e quanto – l’aritmetica reale obbedisce all’aritmetica razionale?

La domanda appena formulata espone ciò che possiamo chiamare il problema fondamentale della Metafisica o, per brevità, problema-zero; non ci saranno altre occasioni, in queste pagine, di far uso di quella parola splendida ma eccessivamente abusata: e non si è evitato del tutto perché nello specifico contesto essa è appropriata e necessaria.

Qualcuno potrebbe sostenere che la semplice definizione delle regole empiriche di calcolo individua, implicitamente, gli assiomi dell’aritmetica e le loro conseguenze: ma, posto che ciò sia vero, la domanda si trasforma in una sua variante: “che cosa esplicita l’implicito?” oppure, aristotelicamente, “che cosa (al di fuori del tempo) trasforma la potenza in atto?” o ancora “perché, nelle matematiche in generale ed in aritmetica soprattutto, potenza ed atto coincidono?”

Una questione assai simile al problema-zero si pose Kant a proposito della Fisica: perché la Natura obbedisce alle nostre leggi fisiche? Ma il contesto puramente aritmetico nel quale abbiamo posto il problema è impermeabile a tutti gli argomenti che il grande filosofo produsse per tentare di risolverla, e ciò dimostra che il nucleo della questione è altrove.

Non è possibile venire a capo (in maniera per così dire “definitiva”) delle questioni della Fisica fino a quando non si sarà data risposta alla domanda fondamentale (problema-zero) ed a molte altre questioni secondarie dell’aritmetica, la quale aritmetica presenta difficoltà “fisiche” forse insuperabili e forse non inferiori a quelle della Fisica stessa.

Questa è la ragione per la quale il presente cenno non può nemmeno dare un solido inizio alla sua metamorfosi in Teoria vera e propria.

Per di più la realtà (forse) è una, le teorie possibili sono molte; e se anche si riuscisse a risolverle in una sola perfettamente coerente, questa avrebbe al suo interno un gran numero di variabili i cui valori non sono noti a priori, le cui combinazioni ed indeterminazioni darebbero luogo ad altrettante versioni compatibili del reale.

ARITMETICA

Noi, quando operiamo con i numeri, veniamo a possedere capacità creative non troppo dissimili da quelle che alcune religioni assegnano alle divinità, a volte persino maggiori.

Possiamo “pensare” oggetti mai pensati (individualmente o collettivamente) da nessun altro, oppure oggetti più semplici, oppure più complessi, e scoprire, con una certa sorpresa, che “esistono”, anzi che “esistevano”: la questione che i numeri esistano indipendentemente dalla nostra mente, o siano invece una sua costruzione, è importante ma non così rilevante come potrebbe apparire.

Sebbene il significato del verbo “esistere” in senso aritmetico-matematico sia fondamentale, ciò che segue non dipende dalla particolare modalità nella quale vorremo intenderlo.

Il lettore può fare riferimento, come esempio di atto creativo, all’aggiunta del numero “i” (unità immaginaria) all’anello dei numeri interi dell’aritmetica tradizionale; nasce subito una frotta di nuovi numeri, i cosiddetti interi gaussiani, i quali possono spargere una certa luce su quel che diciamo.

Ci interessa osservare alcuni semplici fatti (risaputi); le nostre creazioni aritmetiche sono acoriche ed acroniche, e ci appaiono trascendenti rispetto allo spazio ed al tempo oppure, se vogliamo vederle nel tempo, ci appaiono preesistenti, per così dire ab aeterno, rispetto al nostro atto creativo; tanto che le attività creative dell’aritmetica sembrano più simili a scoperte che ad invenzioni.

Le nuove creature non sono sogni, perché possono essere comunicate ad altri con precisione, ed osservate ed indagate ad libitum da noi stessi e da costoro; né d’altra parte un sogno nel quale tutto è contenuto e dal quale non pare lecito svegliarsi può essere trattato a priori (senza prove) come un’illusione.

Né sono creazioni nel senso poetico, perché non possiamo plasmarle secondo il nostro desiderio o la nostra ispirazione: esse hanno la più grande capacità di resistere alla nostra volontà; come raccontano i miti, anche le nostre umili creature mentali hanno una forte inclinazione alla ribellione.

Infine, la creazione aritmetica appare strettamente irreversibile: una volta che sia stato portato all’esistenza, non sembra possibile de-creare, ovvero annichilire, un ente aritmetico.

Un discorso a parte, che sarà sviluppato a suo luogo, concerne la ricerca della contingenza nell’aritmetica: se questa parola abbia significato, quale significato le si possa attribuire, dove conduca il ragionamento.

UNA METAFORA GEOMETRICA

Per momento supponiamo, in via puramente congetturale, che la realtà e la teoria siano soltanto eterogenee e non nemiche: ossia che la realtà non sia razionale (nel senso corrente, che chiameremo beta-assiomatico) ma nemmeno anti-razionale.

La motivazione del termine beta-assiomatico ed il suo significato saranno accennati più avanti; esso non esaurisce tutte le possibili dottrine fisiche fondate sulla ragione rigorosa, ma comprende tutte le più importanti a noi note: esse descrivono la realtà empirica come pienamente contingente e pienamente libera nei suoi accadimenti, eccetto alcuni vincoli, che si chiamano leggi di Natura, cui questi debbono ubbidire.

Nella maggior parte dei casi i vincoli sono riconducibili a forze meccaniche di attrazione e repulsione, tali e quali all’Amore ed all’Odio di Empedocle; ma rispetto a quelle speculazioni la Fisica moderna ha il gran merito del calcolo quantitativo e della verifica sperimentale.

Supposto dunque che non sia beta-assiomatica possiamo ipotizzare, in via di metafora, che la realtà si possa paragonare ad una superficie sferica e le teorie beta-assiomatiche della Fisica sperimentale siano piani.

Qualcosa di simile è evocato dalla dottrina Fisica corrente, che presuppone una sequenza di teorie sempre più perfette, come se ciascuna di esse fosse una linea spezzata sempre più fine che approssimasse la realtà sempre più da presso, mirando a conseguirla per esaustione.

Nella nostra metafora una teoria fisica coerente (ad esempio la meccanica newtoniana o la relatività generale) può essere rappresentata con un piano secante della superficie sferica, prossimo ad una posizione di tangenza.

Il piano riesce a spiegare appropriatamente gli eventi posti nella stretta prossimità della circonferenza-sezione (perfettamente lungo la linea, bene ai suoi margini) ed approssimativamente gli eventi contenuti nella calotta minore.

Tutti gli altri punti del piano esprimono eventi possibili nella teoria che esso esprime ma privi di riscontro nella realtà, come dire che i punti generici del piano non riescono ad intercettare “l’esistenza”; per parte loro, i punti della calotta maggiore sono gli eventi fisici che contraddicono la teoria.

Le difficoltà si rafforzano se ipotizziamo un piano tangente, ossia la spiegazione perfetta di un “intorno” di un singolo evento; qui vediamo che la semplicità del reale e la semplicità del razionale (beta) non sono soltanto cose diverse, ma opposte: il punto della sfera partecipa al contatto come punto isolato, il punto del piano come fuoco dell’interconnessione di tutti i punti di esso.

Ma c’è ancora una terza semplicità, quella cui aspiravano i primi filosofi.

IL DUALISMO INTRINSECO DELLA FISICA SPERIMENTALE

Quando la Fisica sperimentale vuole studiare perfettamente un fenomeno elementare (secondo i dettami di una certa teoria) deve isolarlo del tutto dall’Universo circostante ed in particolare dalle interferenze non desiderate dell’osservatore.

Ciò non è sempre possibile in senso assoluto e comunque richiede un apparato sperimentale sommamente raffinato e complesso, tanto più quanto più il fenomeno osservato è “semplice”.

In particolare, mentre gli isolamenti meccanico, termico, elettromagnetico, spaziale sono relativamente agevoli, non è tale l’isolamento gravitazionale e tanto meno quello temporale.

Viceversa lo studio perfetto di un evento naturale reale – come ad esempio la caduta di un frutto da un albero – determina complicazioni teoriche estreme ed insuperabili.

Ne nasce una sorta di dualismo: ciò che è semplice per la teoria è sommamente complesso per la Natura, e ciò che è semplice per la Natura è sommamente complesso per la teoria.

L’INTELLETTO UMANO

Potrebbe avanzarsi l’ipotesi che l’intelletto darwiniano del quale – per quanto ne sappiamo oggi – l’evoluzione ci ha dotati, non sia nato per la comprensione della Natura e non sia adatto ad essa.

In particolare esso va in cerca di leggi che non trova né al suo interno né al suo esterno; potremmo dire, nel solco della precedente metafora, che esso è intrinsecamente euclideo e procede per linee diritte, ma anela a mapparsi – per intero – sulle strutture curve che formano il mondo.

In realtà il nostro intelletto – e con esso la nostra ragione – non sono perfettamente adatti nemmeno a sviluppare il pensiero razionale ordinario: basta pensare per quante tortuosità e sofferenze deve procedere chi cerca la dimostrazione di qualcosa di difficile, in matematica, oppure i secoli – talvolta millenni – che occorrono per sondare il fondo di alcune questioni di formulazione assai facile (es. trisezione dell’angolo, quadratura del cerchio, ipotesi di Goldbach, Teorema di Fermat).

D’altra parte non siamo del tutto estranei alla percezione di qualcosa di curvo, che ci porti più vicino alla realtà: ma dobbiamo invocare facoltà differenti, quali l’immaginazione, ed in particolare l’espressione poetica verbale, la musica, le arti figurative e, nonostante tutto, anche le scienze esatte in fieri perché le grandi (e piccole) innovazioni sono intuite o – se così si può dire – amate molto prima di essere effettivamente costruite.

Ma noi siamo in cerca di una Fisica strettissimamente razionale, se possibile ancora più razionale di quanto sia fattibile oggi, cosicché dobbiamo rinunciare alle facoltà irrazionali appena evocate; e allora ci si presentano sostanzialmente tre possibilità: rinunciare ad una spiegazione unificata del mondo, raddrizzare la Natura, curvare il pensiero razionale.

Il primo caso (che consiste nell’accontentarsi di un numero limitato di piani distinti) rispecchia la situazione presente della Fisica.

Il secondo appare assolutamente velleitario e (anche posto che si potesse fare) priverebbe la realtà di quella che è la sua stigmata fondamentale, ossia l’esistenza, la quale sembra essere inconciliabile, come già vedeva Kant, con la gratuità dei sistemi assiomatici.

Possiamo avanzare la congettura, adombrata nella metafora appena utilizzata e forse suscettibile di adeguata dimostrazione, che “il reale non è razionale, ed il razionale non è reale” oppure che “il reale è localmente razionale, ed il razionale è localmente reale”, sebbene questa seconda forma sia di gran lunga più impegnativa di quanto possa apparire.

Un esempio può vedersi nella formulazione della previsione di un fenomeno meccanicistico: abbiamo bisogno di partire da un punto reale (le cosiddette condizioni iniziali, rilevabili soltanto con un certo grado di precisione) a partire dal quale le nostre equazioni ci conducono a successive configurazioni, il cui grado di realtà va sfocando: in qualche modo non riusciamo a “confinare” la realtà se non in un intervallo ristretto.

Le formulazioni che escludono l’assoluta coincidenza tra razionale e reale rappresentano (sotto questo aspetto) una sorta di ritorno a Kant a partire dall’impostazione in qualche modo perentoriamente hegeliana della Fisica contemporanea.

Per quanto schiacciato da Newton fin quasi all’appiattimento, Kant non deve essere considerato del tutto obsoleto: egli ha triturato finemente una gran parte del pensiero degli antichi sofisti, ed il suo lavoro può insegnarci almeno dove sono le trappole nelle quali è possibile, e tal volta facile, cadere.

Intere pagine sono dedicate nella “Critica della ragion pura” a giudicare “troppo grande” o “troppo piccolo” alcuni oggetti di pensiero, i medesimi che oggi ci creano sin troppi problemi; sono ragionamenti antichi, questo è certo, e non è sensato cercare in essi le soluzioni: ma sono ancora perfettamente validi per evidenziare le difficoltà, che sono molto maggiori di quanto allora si potesse stimare.

Certamente Kant vede come assolute quelle che abbiamo chiamato Categorie della Fisica, e dà per certa una qualche forma di beta-Fisica, anzi vede come vera e reale direttamente la Fisica newtoniana con la sua causalità puramente meccanica; e questa è la parte meno duratura della sua opera.

Ma quando si investiga nelle tenebre della Fisica è appropriato rileggere spesso gli scritti di Kant, e cercare con attenzione qualche lampo di luce; inoltre in Kant c’è un nucleo che non è kantiano, come in Hegel c’è un nucleo che non è hegeliano, ed in genere come in ogni grande autore c’è un punto d’appoggio che è altro rispetto alla sua opera.

La terza è la strada, certamente impervia ed insicura, che si vuole cominciare a tracciare in queste pagine.

Finché si rimane a livello rudimentale, incurvare il pensiero razionale è meno impossibile di quanto possa sembrare; ma già i primi passi ci guidano lungo un sentiero malagevole e tortuoso, perché la tortuosità è in noi.

Una Fisica vera dovrebbe essere semplicissima, e forse lo è; ma – almeno all’inizio – appare tremendamente complessa, a causa della dicotomia tra essa ed il nostro intelletto per sanare la quale – ammesso che si riesca nell’intento – occorrono profonde trasformazioni della via di approccio.

PROTAGORA E GORGIA

Il nostro percorso consiste nel tentare di studiare con mezzi strettamente razionali qualcosa che assumiamo non essere razionale (e forse, in senso limitato, essere addirittura irrazionale) e ricavare da ciò le leggi della Natura, ove possibile non approssimate ma esatte.

Ancora una volta vedremo essenzialmente lo strumento, ma sarà ridotto al nucleo più compatto, precisamente alla parte ineliminabile di noi stessi e della nostra parola, la quale assume un ruolo essenziale.

Infatti non ci proponiamo di rappresentare con parole una realtà che sia altro ma assumeremo senz’altro che (per noi) la realtà “è” la parola; tradizione d’altra parte molto antica, e molto solida, a partire da Eraclito.

Per poter cominciare è necessario rendere ancora una volta il necessario tributo ai presocratici, e precisamente all’antica sofistica, che forse non prese un siffatto nome del tutto a caso.

Questi autori, tra i quali hanno importanza anche molti giudicati “minori”, non li conosciamo purtroppo direttamente ma soltanto attraverso la tradizione (principalmente platonica); essi sono trattati (a torto) come se fossero semplici retori, e si occupassero soprattutto di politica e di filosofia morale: giudizio troppo restrittivo e senza dubbio falso.

Incontriamo per prima la figura di Protagora, e la sua famosissima affermazione, di gran lunga la più fondamentale dell’intera filosofia, che “L’uomo è la misura di tutte le cose, quelle che sono come sono, quelle che non sono come non sono”.

Troviamo in essa un’espressione meno astratta, per così dire umanizzata, della partizione di Anassimandro.

Per inciso, ritroviamo lo stesso principio nella Fisica moderna, in forma gravemente deteriorata e – se è permesso dire così – per futili motivi, sotto l’etichetta di principio antropico: la dizione originale di Protagora ci insegna molto di più, e molto meglio.

Per quanto noi ci si possa adoperare, non riusciamo ad uscire dal campo di applicazione di questa affermazione, in nessuno dei numerosi significati e gradazioni che essa è suscettibile di assumere: questa è la Caverna di Platone, dalla quale non si esce; ma, pur incatenati, si può tentare di guardar fuori (forse) attraverso qualche appropriato gioco di specchi.

La metà positiva della massima di Protagora – perché della negativa sarebbe troppo complesso discutere – sostiene che qualsiasi cosa sia percepita o pensata dall’uomo è antropomorfa; ossia che sempre noi sentiamo, pensiamo, agiamo come uomini e tali restiamo, per quanto sia ignota l’ampiezza di versatilità che si possa conseguire.

Così è antropomorfa l’astronomia tolemaica, la meccanica newtoniana, e la relatività einsteiniana; sono antropomorfe tutte le dottrine scientifiche e tutte le forme di espressione, artistiche ed ordinarie.

Sono antropomorfe le divinità delle varie mitologie non perché, come spesso accade, siano presentate esplicitamente in forma umana, oppure siano raffigurate con idoli di pietra o con idoli di carta aventi comunque forma umana (ottica o acustica), ma perché sono espresse dagli uomini in modo idoneo ad essere pensate – e soprattutto sentite – dagli uomini.

Anche il lavoro che ci accingiamo ad iniziare sarà antropomorfo, perché è fondato sulle implicazioni – dirette ed indirette – del pensiero umano.

Di Gorgia, altro autore di rango sommo, sono note le tre tesi, che hanno un’importanza fondamentale anche oggi.

Della prima avremo occasione di trattare.

La seconda sostiene, nello stile dell’epoca, che non basta pensare le cose affinché esse esistano: è un modo sintetico ed elegante di affermare che il razionale non è reale (e viceversa) e costituisce una delle basi che sono necessarie per la costruzione della nostra fisica.

La terza affronta il problema della comunicabilità della conoscenza fisica, in una forma che duemila anni dopo riecheggerà in Leibniz, il quale esclude anch’egli totalmente una tale possibilità di comunicazione, e tuttavia la restaura attraverso un deus ex-machina.

Inoltre Gorgia prefigura specificamente il problema fondamentale dell’esprimibilità dell’esperienza tramite parole, prima ancora della sua comunicabilità.

Tutto ciò non appartiene soltanto al remoto passato: esprimibilità e comunicabilità sono state e sono la chiave della Fisica, e le loro carenze indeboliscono o addirittura invalidano le Teorie.

Né l’esprimibilità è facile ed ovvia: tutte le Teorie fisiche, passate e presenti, hanno gravi problemi di esprimibilità, soprattutto quando introducono qualche forma di infinito o sub-infinito attuale, e rappresentano qualcuna delle Categorie della Fisica come un continuum o uno pseudo-continuum.

IL PUNTO DI PARTENZA

Un enunciato riconducibile all’antica sofistica riduce la realtà a ciò che il senziente percepisce del sentito, o meglio a ciò che un senziente sempre diverso percepisce di un sentito a sua volta sempre diverso: in altre parole la realtà (come noi la vediamo) consiste in una massa di interazioni isolate tra senzienti e sentiti, distribuite nello spazio e nel tempo.

Enunciati molto simili a questo, più tecnici ma tutto sommato più fragili, circolano ai nostri giorni nell’ambito della meccanica quantistica, la quale osserva per via sperimentale una crescente tendenza al prevalere delle relazioni rispetto alle entità.

A differenza dei sofisti, che non si aspettavano cose in sé, la Fisica contemporanea tende a credere fideisticamente in esse, in una misura che a Kant parrebbe eccessiva: perché tutti noi quando diciamo, verbigrazia, “elettrone”, ci aspettiamo che esso sia “qualcosa”.

 L’enunciato dei sofisti può essere un valido punto di partenza per il nostro lavoro, a condizione che si riesca a conferire una struttura alla massa di interazioni che si vuole studiare.

Se le interazioni fossero del tutto casuali e disgiunte, ed inoltre prive di contenuto, sarebbe sommamente difficile (tuttavia non impossibile) sottoporle a uno studio che riveli qualcosa di più della semplice esistenza della loro massa.

Pertanto è inevitabile formulare qualche ipotesi attorno alle interazioni che ci proponiamo di studiare; non è detto che le nostre ipotesi siano suscettibili di verifica sperimentale, ma certamente non dovranno essere in conflitto con qualsivoglia esperienza.

Il ragionamento farà in modo che esse siano innanzi tutto feconde, e secondariamente, conseguita qualche maturità, che siano ridotte al minimo indispensabile.

La prima ipotesi è che ciascuna interazione si possa esprimere per mezzo di una proposizione e dunque che l’esperienza sia esprimibile a parole: l’impegno non è così gravoso come pare perché anche i numeri sono parole, e dunque anche suoni, immagini ed in generale tutte le percezioni che siamo soliti studiare hanno natura verbale – sotto la condizione indispensabile che la nostra percezione sensoriale sia discreta e dunque finita.

Quali forme e quali contenuti debbano avere siffatte proposizioni non è piccola questione e costituisce, in parte, una delle incognite che abbiamo a disposizione per tentare una soluzione; sarà inevitabile porre una certa differenza tra esprimibilità e comunicabilità, postulata la prima, soggetta a varie gradazioni la seconda.

Gran parte dello sviluppo di questa dottrina starà nella soppressione o nella riduzione al minimo di quanti più assiomi possibile; tuttavia non correremo mai il rischio di rimanere del tutto privi di assiomi, perché vorremo indagare la realtà esterna e interna di un apparato conoscitivo umano e ciò implica assiomi alcuni dei quali, pur essendo certamente assiomi, non sono negabili coi nostri mezzi.

Ma poiché siamo appena all’inizio di un percorso di ricerca, e camminiamo su gambe sommamente gracili, dovremo essere relativamente larghi nell’ammettere assiomi molti dei quali, progressivamente, saranno espunti.

Le proposizioni che esprimono le interazioni senziente-sentito dovrebbero essere chiamate proposizioni fisiche, ma includono un ambito molto più ampio di ciò che comunemente connettiamo alla pura indagine fisica, ad esempio giudizi estetici o, per così dire, introspettivi; non morali, nonostante una forte vocazione in materia della tradizione filosofica, perché le proposizioni morali non sono percezioni.

Ma poiché la parola “fisica” è utilizzata (anche in questo stesso testo) sia come sostantivo sia come aggettivo, ed in un gran numero di diverse accezioni, preferiamo designare le percezioni immediate (in senso sofistico) come v-proposizioni, tra le quali quando sarà necessario definiremo le proposizioni fisiche in senso stretto.

Postuleremo dunque l’unità del senziente, assegnando ad essa una forma opportuna; e ancora, nei limiti del possibile, l’unità del sentito, nonché l’accennata comunicabilità delle v-proposizioni.

Dobbiamo eliminare del tutto, come potenzialmente fuorvianti e forse addirittura insussistenti, i concetti che fanno capo alle Categorie della Fisica: in modo che il nostro ambiente venga ad assomigliare strettissimamente all’aritmetica e si possa sostenere – come in aritmetica – che tutto ciò che è pensabile esista; un siffatto risultato, se si potesse conseguire, ci metterebbe al riparo dalla seconda obiezione di Gorgia.

Per dare vigore al nostro ragionamento, pur accrescendone le difficoltà, dovremo bandire del tutto l’infinito attuale dalla nostra ricerca e probabilmente, se ciò si rendesse utile o necessario, e fosse possibile, anche l’infinito potenziale.

Con il soccorso delle varie forme e gradi di infinito noi immaginiamo di poter compiere azioni quali certamente non possiamo compiere, fino al caso limite di manipolare o semplicemente designare numeri troppo grandi: con queste supposizioni guadagniamo in razionalità, ma perdiamo in esistenza.

In breve, l’infinito, attuale ed anche potenziale, rende possibili molte cose impossibili, ma trascina nell’impossibile le cose reali.

In particolare si dovrà prescindere, se non come strumento euristico, dall’analisi infinitesimale.

Sebbene non sia stato intrapreso in vista di tale obiettivo, ma della più modesta ambizione di spiegare le “coincidenze” in un ambiente beta-fisico dato per certo, questo studio è scivolato spontaneamente in un tentativo, o forse meglio un’aspirazione a risolvere il sesto problema di Hilbert, soluzione che non si può certamente conseguire con metodi primitivi.

Ma, come sempre, le cose vanno dove vogliono: e con ogni evidenza la formalizzazione della Fisica porta con sé la formalizzazione dell’intera Filosofia della Natura, e forse molto altro, perché le cose si trascinano a vicenda ed è veramente impossibile, in questo momento, definire il confine.

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